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Dettaglio articolo Domenico Tiburzi : Il Re Del Lamone -- Capito II°
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Domenico Tiburzi : Il Re Del Lamone -- Capito II°

25/09/2006

Domenico Tiburzi : Il Re Del Lamone -- Capito II° Tiburzi Dunque aveva commesso il suo primo omicidio , e cominciava così la sua vita da eterno latitante. Bisogna ricordare tuttavia che ancora non era il Domenico Tiburzi che incuteva terrore , e nonostante avesse fatto sapere che chiunque avesse fatto la spia avrebbe fatto la stessa fine, il fragile muro di omertà tra i celleresi si ruppe presto. Nelle osterie davanti a un bicchiere di vino scaldati dal calore del fuoco la gente del posto parlava dell’ omicidio Del Bono e col passare delle ore e dei bicchieri le argomentazioni si addentravano in dettagli talvolta inutili talvolta poco veritieri ma fu facile per quei discorsi arrivare all’orecchio dei carabinieri. Emesso il mandato di cattura Tiburzi fu processato e condannato. Venne trasportato nel bagno penale di Tarquinia e sottoposto al duro lavoro delle saline. Tiburzi che già mal sopportava le catene imposte dalla società dell’ epoca si trovava suo malgrado a dover sopportare anche il duro lavoro delle saline dove le mani e i piedi sanguinano la sera e gli occhi bruciano per l’intenso riflesso del sole sul sale. Tuttavia non si sentì mai colpevole di quell’omicidio , continuava a dire di aver applicato la sua personale legge e più volte nel suo racconto tornava sull’argomento dei ricchi e dei poveri , dei soprusi che subiva la povera gente. Tiburzi non si arrendeva a quella vita di recluso , Tiburzi si sentiva un innocente e come innocente non accettava la sua situazione di galeotto. Durante i duri giorni di lavoro delle saline Tiburzi aveva stretto amicizia con Domenico Biagini , amicizia che si trasformò poi come vedremo nel lungo sodalizio nella macchia
Collegate con l'impianto portuale di Gravisca, che risale almeno al VII secolo, con tracce diffuse di presenze protostoriche, le Saline hanno sempre svolto, nella civiltà e nella politica di quello che fu il Patrimonio di San Pietro, un ruolo primario. Le vicende del complesso manifatturiero hanno inizio tra la fine del secolo XVII e gli inizi del XIX quando Pio VI, nel 1802, affidò a Giuseppe Lipari l'incarico di creare una Salina (la cui produzione avrebbe dovuto sopperire al fabbisogno di Roma e dei centri del versante tirrenico, a seguito della dismissione delle Saline di Ostia) nella zona del Carcarello, tra la Torre di Corneto e il fosso del Mignone e, più precisamente, nella tenuta della Piscina del Vescovo. La realizzazione incontrò subito delle difficoltà: gli abitanti della città, preoccupati che l'impianto avrebbe potuto procurare insalubrità dell'aria, indussero il Papa a rivolgersi al Tribunale Supremo della Consulta, il cui parere rassicurò i cittadini. Pertanto vennero ripresi i lavori di costruzione, portati a termine nel 1805. Dopo l'Unità d'Italia l'impianto, in cui l'estrazione del sale era affidata alla manodopera dei forzati, ebbe un incremento produttivo: lo stabilimento fu ampliato e migliorato, con la creazione di nuove vasche. II villaggio, originariamente costituito da baracche per i sorveglianti, nel 1889 assunse l'aspetto di un borgo, articolato lungo un viale centrale, con le abitazioni per gli addetti, le strutture di servizio e di pubblica utilità, ornate di elementi di gusto eclettico. L'opificio per la raccolta, l'essiccazione e la raffinazione del sale venne rinnovato nel dopoguerra. Oggi il borgo, in parte ancora abitato dagli addetti alla Salina, ospita gli Uffici Direzionali e la Stazione del Corpo Forestale dello Stato, che tutela la Riserva Naturale di Popolamento Animale.


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