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Domenico Tiburzi : Il Re Del Lamone

25/09/2006

Domenico Tiburzi : Il Re Del Lamone Oggi Cellere è un piccolo paese della provincia di Viterbo di appena 1300 abitanti, arroccato su uno sperone di roccia, ma nel 1836 gli abitanti di questo paesino rurale erano ancora meno. Il 28 maggio di quell’anno da Nicola e Lucia Attili venne alla luce Domenico Tiburzi ad oggi ancora forse il più famoso personaggio di Cellere. Un Mito quello di Tiburzi destinato a viaggiare su una sottile linea tra il romantico e il grottesco. Abituato a vivere di espedienti fin dalla giovane età si macchio gia dai 16 anni dei primi reati: fu incluso in un elenco di ricercati per furto; a diciannove subì un processo per lo stesso reato, ma venne assolto. A ventisette venne arrestato per aggressione e ferimento, poi rimesso in libertà per "desistenza della parte offesa".



Si sposò con Veronica dell'Aia che gli dette due figli.

Siamo nel 1867 in una capanna vicino Cellere. All’interno una donna ancora giovane ma con i lineamenti rovinate dalla vita indaffarata ad inventare qualcosa da mettere in un umile desco. Sulla destra un piccolo gruppo di pecore belanti per i morsi della fame. Davanti al fuoco un uomo con il cappello all’indietro i pantaloni di fustagno e una camicia a quadri. Segue il filo dei suoi discorsi è Domenico Tiburzi.


Domenichino, come veniva soprannominato in paese per via della sua statura, negli ultimi mesi si era spesso ritrovato a tracciare un bilancio di quella vita che non gli aveva mai sorriso, la fame, i soprusi dei potenti, l’ingiustizia regnante che avevano reso la vita sua e della sua famiglia ai limiti della sopportazione. Guardava il fumo della sua pipa perdersi in quello del camino mentre il belare delle pecore gli martellava le tempie. Si girò verso sua moglie, ma non c’erano parole di conforto tra loro, non c’erano parole che non portassero altro dolore. Mangio la sua zuppa nel silenzio interrotto solo dal gregge che si fece sempre più insopportabile. Finito di pranzare , Domenico, stette ancora un po’ tra i suoi pensieri poi senza dire una parola si infilo la giacca prese una falce e usci senza dire una parola.



Camminò verso un sentiero sconnesso tra le tenute del marchese Guglielmi, che al tempo possedeva la maggior parte delle terre coltivate dalla tuscia alla maremma. Mentre camminava guardava avanti a se quelle immense distese di erba, “ A chi troppo a chi nulla” Questo pensava mentre proseguiva il suo cammino. Vedeva tutto quel ben di Dio, con un po’ di quell’erba avrebbe sfamato il suo gregge per almeno una giornata. Tiro fuori la falce e si addentrò nel campo poi comincio a tagliare un po’ d’erba per farne una fascina. Più tagliava e più si adirava, stava infrangendo la legge, stava rubando, ma quanto danno poteva fare togliere un secchio d’acqua dal mare.



Mentre prendeva la via del ritorno senti un cavallo arrivare al galoppo. “Dove te ne vai con quell’erba Domenichino” era Angelo Del Bono Fattore e guardiano delle tenute del Marchese Guglielmi . Non era tanto per le parole , era per il modo in cui erano state dette. Tiburzi si giro verso il fattore “ Ne ho raccolta solo un po’…. Per le Pecore…. Cosa volete che sia…. “ “Ho detto: è tua che te la porti via ?” Disse Del Bono. “Voi sete un omo senza core!” tuonò Tiburzi insultando il fattore e prosegui “ Avete fatto la fame per anni, ed adesso vi accanite su di me perché qualcuno ve ne ha dato la facoltà. Del Bono si avvicinò a Tiburzi tirando fuori dal taschino un quaderno sgualcito “ E bravo Domenichino” disse con un sorriso beffardo “ Sono dieci lire di multa”. Al tempo Dieci lire erano una fortuna e mentre continuava a sorridere annotava nel quaderno il nome di Domenico Tiburzi. Domenichino era al limite della collera, imprecò, sembrava un animale infuriato poi si fece calmo, alzò lo sguardo verso Del Bono, si girò e senza dire nulla prese la via per tornare a casa.



La notte non dormì, poi la mattina presto prese la doppietta appesa al muro e usci di casa sbattendo la porta.



Il sole cominciava a salire e scaldava le distese circostanti, Tiburzi se ne stava accovacciato dietro ad un cespuglio con il fucile tra le gambe. Dopo un po’ di tempo vide arrivare Del Bono sul suo cavallo per il consueto giro della tenuta. “Oggi si fa giustizia”, “Oggi Domenico Tiburzi è la giustizia”. Del Bono intanto si avvicinava, con un balzo Tiburzi si mise di fronte e spianò il fucile. “Che cosa vuoi ancora… non ti è bastata la lezione di ieri ? “ Nonostante la paura Del Bono non perse la sua arroganza. “Sono venuto per quelle due pezze Sor Angelo … Eccole” E detto questo scaricò la doppietta sul Fattore. E mentre Il Fattore Del Bono cadeva a terra agonizzante Tiburzi tornava verso casa con il peso di quel terribile delitto sulle spalle.
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