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Cordialmente di Pierluigi Leoni

- Bolsena - VT - 01023
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Il blog ufficiale di Pier Luigi Leoni

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APPUNTI DI GASTROSOFIA - L'inconfutabile superiorità della pasta all'uovo
Una teoria gastrosofica
Chi disse maccaro’ disse coll’òa


Quel fine settimana l’avrebbe trascorso da solo. Sua moglie, nel salutarlo, lo aveva rassicurato: «Ti ho lasciato nel frigo un po’ di spezzatino avanzato, il sugo per condirti la pasta e due pallette di spinaci lessate.» L’anziano gastrosofo apprezzava quei rari giorni di solitudine. Erano i giorni del piacere di non lavarsi, di non radersi, di uscire di casa senza subire il controllo dell’abbigliamento, di pranzare stravaccato sul divano, sbocconcellando una bruschetta calda, bevendo direttamente da un bottiglia di vino, e poi addormentarsi sui  fogli di un paio di quotidiani.
Il sabato mattina aprì il frigorifero, guardò con malinconia il sugo, lo spezzatino e gli spinaci e fu allora che gli affiorarono nella mente i versi del filosofo di Montefiascone, un barbuto nullafacente che, nel primo Novecento,  girava il contado dispensando saggezza in cambio di cibo: «Chi disse maccaro’ disse coll’òa; / chi disse camminà disse a cavallo; / chi disse lavorà disse a le bòa
L’anziano gastrosofo uscì a comprare due uova, un chilo di farina, un litro di latte intero e un pezzo di parmigiano.
La domenica mattina fece bollire il latte e si godette l’odore ormai inconsueto del latte cotto; poi fece raffreddare il latte, raccolse la panna con un cucchiaino e la versò dentro un barattolino vuoto della marmellata; richiuse il barattolo e lo agitò violentemente fino a quando la pallina di burro non si fu separata dal liquido.
Poi estrasse la “spianatora”, preparò due uova di pasta, la fece riposare e poi la spianò e l’assottigliò col “lanzagnòlo” corto, adatto a una piccola sfoglia. Arrotolò la sfoglia, sottile e ruvida, e ne ricavò un mucchietto di fettuccine. Senza aspettare l’ora del pranzo, anzi, senza guardare l’orologio, fece cuocere la pasta in acqua adeguatamente salata, la scolò e la condì con un cucchiaio di latte, col burro appena fatto e con parmigiano appena grattugiato.
Mangiò divinamente. Ma non dimenticò di essere un gastrosofo. Quindi elaborò la seguente teoria, che decise di rendere pubblica:non esiste condimento per la pasta che non sia esaltato dalla pasta all’uovo. Chi disse maccaro’ disse coll’òa…


 
APPUNTI DI GASTROSOFIA - La Misticanza
Gli animali si nutrono, l’uomo mangia, ma solo l’uomo intelligente sa mangiare.
(Jean Anthelme Brillat-Savarin) 

LA MISTICANZA 

Ingredienti: varie erbe selvatiche di campo; olio extravergine di oliva; aceto; sale.

Procedimento: reperire quante più erbe selvatiche mangerecce è possibile; ad esempio: cicoria di campo, caccialepre, cresta di gallo, pisciacane (dente di leone o tarassaco), pimpinella (salvastrella o meloncello), rughetta selvatica, raponzoli, ramolacci (rapastrello), orecchio di lepre (o lingua di cane), cipiccia (radicchiello o erba bussola), valerianella (dolcetta, o lattughella, o gallinella), papara (pianta di papavero), orecchio d'asino (o coste d'asino), pepolina (santoreggia o erba acciuga), saporitella (ombrellini pugliesi), strigoli, pimpinella, sugamele, porcacchia o portulaca. Esiste anche una misticanza di verdure orticole, che di solito è costituita da un miscuglio di cicoria, indivia e lattuga. Ma è un’altra cosa. Nessuno vieta, e infattilo si fa largamente, di mischiare erbe selvatiche e orticole, tra le quali spicca la celeberrima rucola.


Considerazioni: secondo la tradizione, la misticanza si consumava a Roma soprattutto il fine settimana perché veniva portata dai frati il venerdì, giorno della questua. Ricorda Giuseppe Gioachino Belli: tu fatte lègge er libbro che cià er frate che porta er venerdì la mistocanza.
 
APPUNTI DI GASTROSOFIA - La Cipiccia
Gli animali si nutrono, l’uomo mangia, ma solo l’uomo intelligente sa mangiare.
(Jean Anthelme Brillat-Savarin) 
                          
La lattuga alata (lactuca viminea) è chiamata nel Viterbese "cipiccia" o "cipicciosa". E' un ingrediente appropriato della MISTICANZA.
A Ischia di Castro, quando una ragazza si appartava col suo corteggiatore fuori del paese si diceva: "Adè ita a Poggio Bricco a coje la cipicciosa".
 
APPUNTI DI GASTROSOFIA - Il Taràssaco
Gli animali si nutrono, l’uomo mangia, ma solo l’uomo intelligente sa mangiare.
(Jean Anthelme Brillat-Savarin) 

Il taràssaco (taraxacum officinale Weber) è la più diffusa, la più pregiata e la più disprezzata delle erbe spontanee. Nell’Orvietano e nel Viterbese lo chiamano “pisciacane” e altrove dente di cane, soffione, cicoria selvatica, cicoria asinina, grugno di porco, ingrassaporci, insalata di porci, lappa, missinina, piscialletto. È una prova della deficienza della ragione umana e del dilagare del pregiudizio. Dal punto di vista medicinale le sue virtù sono straordinarie, già conosciute nell’antichità e confermate dalla ricerca scientifica. Dal punto di vista culinario, è indispensabile nella MISTICANZA e adatto a essere mangiato cotto e crudo in vari modi. Dal fiore, mescolato allo zucchero, si ricava un miele splendidamente colorato.
 
APPUNTI DI GASTROSOFIA - L'uva da vino
Gli animali si nutrono, l’uomo mangia, ma solo l’uomo intelligente sa mangiare.
(Jean Anthelme Brillat-Savarin) 

APPUNTI DI GASTROSOFIA
 Se volete manifestare solidarietà ai coltivatori di Canicattì e di Mola di Bari, siete padronissimi di acquistare  e mangiare l’uva tavola. Ma se vi piace veramente l’uva, procuratevi dell’UVA DA VINO, che è più dolce e più profumata, è maturata sulla pianta e proviene da terreni meno sfruttati. Provate a mangiarla con un pezzo di pane casereccio.
 
Chi ci difenderà dagli smanettoni del web?
LA DIVISIONE DEI POTERI E LA SOVRANITÀ POPOLARE. GENESI ED EVOLUZIONE DELLE COLONNE PORTANTI DELLO STATO CONTEMPORANEO

(Intervento di Pier Luigi Leoni nelle giornate di studio interdisciplinare  del Seminario del Pensare, ideato, coordinato e diretto da Emilio G. Berrocal – Centro Studi Città di Orvieto - 4 e 5 settembre 2015)

La gran parte degli Stati contemporanei poggiano sulla divisione dei poteri e sulla sovranità popolare. La divisione dei poteri è un criterio di organizzazione dello Stato elaborato dalla scienza della politica, che garantisce l’equilibrio del cosiddetto Stato di diritto. La sovranità popolare è un valore elaborato dalla filosofia politica sul quale si basa la democrazia moderna.  Le leggi italiane, a cominciare dalla Costituzione, applicano i due principi con una certa originalità. Ma il nostro ordinamento giuridico nazionale si va trasformando perché gli accordi internazionali e la globalizzazione dell’economia richiedono decisioni politiche sempre più rapide, incompatibili con le procedure degli organi democratici rappresentativi, e perché la diffusione di internet  fornisce intriganti prospettive di democrazia diretta.

«La natura umana è quanto mai simile a quella dell’ape, che non può vivere da sola, dato che, se rimane sola, muore.» Questa saggia osservazione della filosofia stoica è utile per ricordare agli uomini il dovere di contribuire al bene della collettività a cui appartengono. Non è invece utile, dato che gli esseri umani non sono guidati dagli istinti iscritti nel loro DNA, per stabilire chi deve comandare  e chi deve ubbidire in una società di esseri dotati di libero arbitrio. La sovranità, cioè il potere più alto, quello al di sopra del quale non c’è un altro potere,  appartiene all’ape regina, alle api operaie o all’alveare? In termini umani, la sovranità appartiene alle persone in carne e ossa che comandano sulle altre, o ai singoli membri della società, o a quell’astrazione che chiamiamo popolo? 
Di fronte alle imperfezioni dei regimi politici e alle loro tendenze all’involuzione e alla dissoluzione, la filosofia occidentale ha tentato di fissare i principi etici sui quali dovrebbe basarsi la civile convivenza. La conclamata tendenza dell’uomo a violare i principi etici, compresi quelli in cui fermamente crede, ha indotto alcuni pensatori del Cinquecento e del Seicento, a cominciare dal Machiavelli, a svincolare la scienza politica dall’etica.
Nell’ambito della scienza politica, basata sull’osservazione dei fatti, e soprattutto sull’esperienza  politica inglese, fu definita dal Montesquieu, nel Settecento, il geniale criterio di organizzazione politica della divisione dei poteri, che ancora oggi viene posto a garanzia della tenuta dei regimi politici moderni.
Montesquieu afferma che ogni uomo che detiene un potere tende ad abusarne. Per impedire l’abuso del potere non c’è altra strada che arrestare il potere col potere. Perciò, a livello statale, il potere legislativo deve esse separato dal potere esecutivo e il potere giudiziario deve essere separato da entrambi. Per separazione (o divisione) dei poteri deve intendersi, tradotta in termini contemporanei, una indipendenza gerarchica di ciascun potere fondamentale dello Stato dagli altri poteri.
Ma il filone della ricerca filosofica dei grandi principi, nonostante Machiavelli e Montesquieu,  non si è mai esaurita e, sempre nel Settecento, è sfociata nella teoria del Rousseau che l’uomo è buono per natura e che, a rovinarlo, ci pensa la società. Basta rendere giusta la società e l’uomo vivrà felice.
Da tale assunto sono scaturiti sia gli ideali liberali di sovranità popolare e di democrazia sia il marxismo e il leninismo.
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e la caduta del comunismo in Europa, quasi tutti i paesi occidentali e alcuni tra i loro epigoni nel resto del mondo si sono attestati sul criterio di organizzazione politica della democrazia rappresentativa, che si richiama all’ideale della sovranità popolare, e sulla formula organizzativa della divisione dei poteri, che si richiama al pragmatismo del Montesquieu.
L’ideale della sovranità popolare, suona come una bestemmia per i credenti di ogni fede, per i quali la sovranità appartiene a Dio. Coerentemente il cattolico Giorgio La Pira cercò di far inserire nella Costituzione un riferimento a Dio, analogo a quello collocato all’inizio della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti del 4 luglio 1776. Ma, nonostante la maggioranza degli Italiani fossero allora credenti, i membri dell’assemblea costituente erano in maggioranza miscredenti e la proposta non passò.
In ogni modo, la sovranità popolare fu utile ai nostri costituenti per trarne una riformulazione piuttosto singolare che mise d’accordo marxisti, cattolici e liberali.
La sovranità popolare è applicata dalla nostra costituzione in funzione del contenimento dell’esercizio della sovranità da parte dello stato nazionale.
La diffidenza nei confronti dello Stato nazionale era spiegabile col fatto che lo Stato, in meno di un secolo di vita, si era impegolato in due guerre mondiali, con le relative carneficine, in varie guerre coloniali a saldo finale disastroso, passando da governi oligarchici a governi autoritari e a una dittatura con spiccate velleità totalitarie, mentre il divario tra nord e sud era aumentato e l’Italia unita era approdata, invece che alla potenza e allo sviluppo, al disprezzo della comunità internazionale.
La Costituzione è quindi improntata a un pluralismo sia istituzionale (articolo 114 prima della riforma del 2001: “La Repubblica si riparte in Regioni, Province e Comuni.”) sia sociale (articolo 2: “La Repubblica garantisce e riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”).
La riforma costituzionale del 2001 ha confermato e rafforzato il pluralismo istituzionale riformulando l’articolo 114 (“La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”) e introducendo nell’articolo 118 il principio della sussidiarietà verticale. E ha pure rafforzato il pluralismo sociale introducendo, sempre nell’articolo 118, il principio della solidarietà orizzontale.
Questo singolare e tenace pluralismo è stato di fatto osteggiato, e continua a essere sabotato, dal legislatore ordinario, per il timore sempre latente della dissoluzione dello Stato. Ma vive una nuova stagione grazie al consolidamento della democrazia e al trasferimento di forti elementi di sovranità al livello sopranazionale dell’Unione Europea: una rinuncia che, allo stato attuale dello sviluppo economico e della mondializzazione dei mercati, appare irreversibile.
Ma il tarlo della fondamentale bontà dell’uomo e della conseguente perfettibilità della società, inserito da Rousseau nella mentalità occidentale, torna e a rodere, soprattutto in Italia, in questo periodo di crisi etica ed economica e di declino dello stato nazionale.
Ci si ricorda che la sovranità appartiene al popolo perché solo il popolo è buono e che la democrazia rappresentativa porta al disfacimento dello Stato perché, tra una elezione e l’altra, tende all’autoreferenzialità. Né lo strumento di democrazia diretta previsto dalla costituzione, il referendum, che ha fatto la fortuna dell’ala radicale dello schieramento politico, è più considerato sufficiente. All’obiezione classica dei costituzionalisti che la democrazia diretta (vale a dire il popolo seduto in assemblea permanente) è possibile solo in piccolissime comunità, si obietta che il dilagante uso di internet consente finalmente di tirar fuori la democrazia diretta dal mondo dell’utopia e di mettere in pratica l’intuizione di Rousseau.
La rete è lo strumento che consentirebbe di far rivivere l’agorà, la piazza principale di Atene, dove tutti si occupano di politica, discutono e decidono. Magari dimenticando che gli ateniesi dell’agorà erano i pochi nullafacenti che possedevano schiavi che lavoravano al posto loro; e dimenticando pure che non tutti i nullafacenti ateniesi avevano voglia o capacità di passare il tempo in piazza a fare politica.
Alcuni passi di un saggio di Ubaldo Villani-Lubelli sembrano utili per rendersi conto delle opinioni che circolano in tema di trasformazione della democrazia per mezzo di internet.
La rete allarga i confini della partecipazione politica. Non è solo la politica a cambiare, ma la stessa democrazia rappresentativa che si sta trasformando.
Diventa giusto chiedersi se la tecnologia dell’informazione – rendendo tecnicamente possibile una associazione più immediata dei cittadini alle fasi della proposta, della decisione e del controllo – possa aiutarci a inventare la democrazia del XXI secolo.
Le difficoltà, evidentemente, sono tante. Ma se riflettiamo sul fatto che potremmo elevare la nostra libertà di azione politica e personale tramite una maggiore partecipazione con la rete, abbiamo la possibilità di tornare allo spirito originario del concetto stesso di democrazia. Dipende solo da noi.
Come si può facilmente constatare, Rousseau sta colpendo ancora e il mito della sovranità popolare sta creando una nuova utopia.
Per fortuna c’è Montesquieu a ricordarci che ogni uomo che detiene un potere tende ad abusarne e che per impedire l’abuso del potere non c’è altra strada che arrestare il potere col potere.

Chi arresterà il potere degli smanettoni del web? Chi ci difenderà dalla loro abilità nel gestire gli strumenti informatici? 
 
Pier Luigi Leoni - UNA TERAPIA GASTROSOFICA PER LA FELICITA' DELL'ANZIANO
Giornali, riviste, televisione, internet, cartelli esposti nei corridoi degli ospedali, medici di famiglia e medici specialisti manifestano grande interesse per la sopravvivenza degli anziani. Da quando ho dovuto prendere atto di essere anziano mi assilla il dubbio che tutti questi consigli non siano ispirati solo da bontà, ma anche dall’interesse di medici, dietologi, fisioterapisti, case farmaceutiche, palestre e perfino sale da ballo e circoli per anziani.  Quindi ho deciso di assumere consigli e medicine con moderazione.
Ma sono andato oltre: ho elaborato una mia terapia  per allietare la vita degli anziani invitandoli a mangiare e bere senza sensi di colpa  e senza rischi per la salute. Il presupposto della mia terapia è condensato del  motto di Jean Anthelme Brillat-Savarin, fondatore della gastrosofia: «Il piacere della tavola è di tutte le età, di tutte le condizioni sociali, di tutti i paesi e di tutti i giorni; può associarsi a tutti gli altri piaceri, e resta ultimo a consolarci della loro perdita.» Quindi non priviamoci di questa consolazione e affidiamoci all’esperienza avvalorata dalle scoperte scientifiche, in particolare quelle della neurologia, che ha spiegato come e perché i ricordi olfattivi sono quelli più profondamente impressi nel cervello. Per cui la percezione di odori memorizzati nell’infanzia fa riaffiorare momenti di felicità che solo nell’infanzia abbiamo potuto sperimentare.

Allora il mio consiglio pratico è: riunire una comitiva di amici di una certa età per un pasto dedicato a un solo piatto scelto tra quelli della cucina casereccia e tradizionale (per esempio, una bella pasta e fagioli)  e mangiare a sazietà. I non astemi possono deliziarsi con un po’ di vino, magari annacquandolo come facevano saggiamente  gli antichi, e pure i nostri vecchi contadini. Il vino deve essere leggero, fatto in modo artigianale, magari con qualche difettino come quello di una volta. Mangiare a sazietà non vuol dire ingozzarsi, perché il piatto unico sazia rapidamente e non appesantisce. È essenziale accompagnare il pasto e il dopo-pasto con una meditazione collettiva sul buon tempo andato, consapevoli del fatto che «il paradiso dei ricordi è l’unico dal quale non si può essere cacciati.»
 
Pier Luigi Leoni - VIVA LE COOPERATIVE
Ciò che maledettamente non entra nel cranio degli economisti è che i popoli non sono tutti uguali, come non sono uguali gli individui. Come ogni persona reagisce col proprio temperamento all’influenza dell’ambiente, così ogni popolo reagisce in modo diverso alle dottrine e alle prassi economiche che via via entrano in circolazione. Se andavate a dire a un contadino comunista che il PCI, in caso di vittoria, avrebbe imposto i kolchoz, vi saresti sentiti rispondere che non eravamo in Russia e che il marxismo italiano avrebbe tolto la proprietà della terra ai padroni per darla ai contadini. Grosso modo, quello che hanno fatto i democristiani. Quindi non è mai troppo tardi per prendere atto della riflessione economica del tutto originale della cultura italiana, che maturò nel secolo XVIII (Antonio Genovesi, Gaetano Filangieri e altri) e che, senza negare l’importanzafondamentale dello Stato e dell’economia for profit, assegna all’economia no profit il compito di umanizzare anche gli altri settori. Non era forse italiano quel genio visionario di Adriano Olivetti, che, valorizzando l’essenza comunitaria dell’azienda capitalistica, ottenne risultati così sbalorditivi da costringere gli americani a intervenire per stroncarlo? Se gli americani non ci avessero messo le mani, l’Italia dominerebbe oggi il mondo dell’informatica. E, se guardiamo alla nostra piccola Orvieto, che fine farebbero i servizi sociali e assistenziali se sparissero le cooperative? Di esse si rimarcano le difficoltà gestionali e gli ambigui rapporti con la politica, ma si dimentica che sono sempre più indispensabili.
 
Pier Luigi Leoni - IL SENSO DI COLPA DELL'ONNIVORO
Mentre l’osservazione dei comportamenti umani c’induce a prendere atto che la gran parte degli esseri umani sono onnivori, la fisiologia ci mostra che il corpo umano è quello di un erbivoro e frugivoro, come lo scimpanzè, con cui l'uomo condivide quasi tutti i cromosomi. I muscoli facciali, i movimenti mandibolari, la dentatura, la lunghezza dell’intestino ecc. sono predisposti nell’essere umano per un’alimentazione fatta di frutti, germogli freschi, foglie tenere, tuberi e radici.
Perciò le componenti animali dell’alimentazione onnivora stressano l’apparato digerente e il metabolismo umano, minano la salute e accorciano la vita. E le eccezioni confermano la regola: vi sono onnivori che superano i cent’anni, ma sono eccezioni; vi sono anche fumatori di tabacco che superano i cent’anni, ma circa il settanta per cento dei fumatori subiscono danni alla salute, spesso letali.
Ma perché gli scimpanzé non si sognano di diventare onnivori e accorciarsi la vita, mentre gli esseri umani tengono comportamenti, non solo nel campo dell’alimentazione, che non sono in sintonia con la loro struttura fisica?
Il fatto è, come spiegano l’etologia, la psicologia e l’antropologia culturale, che gli esseri umani, molte migliaia di anni fa, si sono svincolati dall’automatismo istintivo degli animali e l’unica forma su cui poggia la loro vita neuropsicologica è costituita dalla cultura. Nel loro comportamento, gli esseri umani applicano modelli appresi dalla cultura e dall’esperienza, entro i quali trovano spazio risposte comportamentali potenzialmente infinite.
Le risposte comportamentali hanno consentito alla specie umana di uscire dalla grande fossa tettonica africana e di invadere il mondo, ma spesso a danno della struttura fisica degli individui.
Su questi problemi si sta oggi riflettendo e sono evidenti i sintomi di un rivoluzione alimentare.

Ma le riflessioni e le dottrine in fatto di alimentazione, che  risalgono all’antichità e sono presenti in tutta la storia, non hanno indotto le masse a cambiare abitudini. Forse perché contrastano con interessi economici consolidati; o anche perché contraddicono abitudini culturali che esaltano la socialità umana, come il banchetto e la commensalità familiare; o anche perché i cibi di origine animale meglio si accompagnano con bevande psicotrope, come le birre e i vini, che evidentemente danno sollievo all’essere umano perennemente angosciato a causa della sua riflessione sul senso della vita.
 
GASTROSOFIA
GASTROSOFIA
La gastrosofia (dal greco gastèr-gastròs=stomaco e sofia=sapienza) è la ricerca dell’eccellenza nell’arte culinaria affinché il cibarsi non sia solo nutrimento del corpo, che è proprio anche degli animali, e non sia semplicemente tradizione e convivialità, ma sia anche un godimento del corpo e della mente; un piacere affine all’erotismo.

Jean-Anthelme Brillat-Savarin, antesignano della gastrosofia, ha scritto, nel 1825, che gli animali si nutrono; l'uomo mangia: solo l'uomo intelligente sa mangiare.
 
GASTROSOFIA



UN AMORE DI BADANTE

Una graziosa badante fa innamorare il nipote della sua assistita, poi gli riserva una grossa sorpresa.

C
arlo ha varcato la soglia della trentina inquietante, torbida d’istinti moribondi, come la stigmatizzò Guido Gozzano; ma è sereno. Da qualche tempo ha rotto il lungo fidanzamento con Claudia. Lei gli ha detto, con sincerità: «Non capisco perché stiamo ancora insieme». E lui le ha risposto, con altrettanta sincerità: «Nemmeno io.»
Adesso Carlo respira l’aria frizzante della libertà, in uno stato di rilassamento della mente e dei sensi; sebbene consapevole che affiorerà, prima o poi, la paura della solitudine.
Intanto la nonna s’è ammalata e non è più in grado di vivere sola nella sua casa.
«Carlo, non dovete preoccuparvi per me. Ho assunto una badante. Se vieni a trovarmi te la presento.» La telefonata della nonna incuriosisce il giovane, che dopo qualche ora, benché abbia la chiave, suona alla porta del ben noto appartamento.
Viene ad aprire una giovane donna in tuta lilla e scarpe da tennis, che lo invita a entrare con un: «Priego, si accuomodi
«Sono Carlo, il nipote della signora Evelina... piacere.»
«Piaciere… Svetlana.»
La nonna non vedeva l’ora di raccontare al nipote della badante appena assunta: «È bielorussa, ha trentotto anni… L’ho già messa in regola... Me l’ha raccomandata l’infermiera che viene per le punture. Parla poco l’italiano, ma capisce quasi tutto… E poi è una bella donna… hai notato?»
«Certo che ho notato.»
E mentre la nonna racconta i suoi acciacchi, Carlo guarda in tralice Svetlana che si muove con agilità e con premura.
«Attienta nuonna!» esclama la bielorussa, essendosi accorta che la vecchia signora rischia di rovesciarsi addosso l’infuso d’orzo.
Carlo nota che la badante è molto giovanile e i capelli biondi raccolti a coda di cavallo ne mettono in risalto il bel collo e le orecchie ben proporzionate. Svetlana mostra di accorgersi di essere osservata e abbassa i begli occhi azzurri… un po’ pudicamente e un po’ vezzosamente.
Da quel giorno le visite alla nonna diventano quotidiane e Carlo non manca mai di dedicare qualche minuto anche alla badante, con la scusa d’interessarsi delle sue peripezie  per raggiungere l’Italia e trovarvi lavoro... Anche se la bielorussa trova difficoltà ad esprimersi in italiano e, quando prova a rispondere in inglese, è Carlo a trovarsi in difficoltà.
La nonna si rende perfettamente conto delle attenzioni di Carlo alla badante, ma evita di fare illazioni, per non sciupare quell’incentivo alle gradite visite del nipote.
Finché, un bel giorno, nell’accompagnare Carlo alla porta, Svetlana si offre di fargli compagnia fino al portone. 
Appena si chiude la porta dell’ascensore, la badante abbraccia Carlo e gli stampa un caldo bacio sulla bocca, poi gli sussurra: «Ti amo tanto!»
«Ti amo e ti desidero» risponde Carlo.
«Dove?... Quando?» interroga la donna.
Il primo giorno di riposo della badante, la coppia si ritrova in una stanza d’albergo. Entrambi nudi sotto le coperte, animati dal fuoco    dell’innamoramento,    dediti    ai    pochi preliminari richiesti dal lungo digiuno sessuale.
Ma la donna, improvvisamente, si ritrae, si mette seduta a ridosso del cuscino, si tira il lenzuolo fino a coprirsi il petto e, con accento campano-veneto, dice tutto ciò che ha da dire: «Adesso, bello mio, devi sapere la verità… tutta la verità… Non sono bielorussa, non mi chiamo Svetlana e non ho trentotto anni. Ma sono di Latina, mi chiamo Donatella e ho ventisette anni. Il passaporto e il permesso di soggiorno li ho comprati da una disgraziata che aveva un altro passaporto e doveva rientrare in patria. Ho pensato che, passando per straniera, avrei trovato facilmente vitto, alloggio e stipendio… e che nessuno avrebbe indagato sulla mia famiglia. Con una madre ammazzata dal marito e un padre in galera non avrei avuto molte possibilità.»
Carlo cerca di rimettere in ordine la sua mente e il suo corpo, entrambi storditi da quella gragnola di pugni. Ma sia il softwareche l’hardware non rispondono.
Deve intervenire nuovamente la donna: «Adesso, bello mio, vediamo se Donatella è in grado di portare a buon fine quel che Svetlana ha preparato... Se sono riuscita a farti innamorare una volta, perché non dovrei riuscirci la seconda?... Del resto sono sempre la stessa persona.»
Poi Donatella comincia ad armeggiare  per risvegliare la virilità di Carlo e, appena verifica di esserci riuscita, conclude dantescamente: «Poscia, più che ’l dolor, poté il digiuno


LA NEVICATA DELL’85

Francesca e Stefano rimangono soli in casa durante la storica nevicata. Una situazione ideale per lo scatenamento dell’eros.

R
adi fiocchi di neve, timidamente, esplorano il terreno. Giovanni teme il ritorno dell’inverno, quello vero, che nel 1985 gli segnò il cuore con una piaga indelebile.
I genitori di Francesca erano in settimana bianca; la giovane aveva organizzato una festicciola con i più affiatati compagni di liceo:  una decina, tra ragazzi e ragazze, tutti  matricole universitarie di belle speranze, tranne Stefano. Questi aveva acciuffato per un pelo la maturità e lo stress dello studio forzato e degli esami gli aveva annientato ogni capacità di proseguire negli studi. Diceva che si sarebbe imbarcato su un mercantile e avrebbe girato il mondo alla ricerca di se stesso. L’insinuazione beffarda dei compagni che, per quanti sforzi avesse fatto, non avrebbe trovato niente, non sembrava scuoterlo. Inutile dire che l’ostinazione di Stefano affascinava le ragazze. Soprattutto quando inventava itinerari internazionali, citando Paesi di cui sapevano poco e città che non avevano mai sentito nominare. Ovviamente, se le ragazze erano attratte da Stefano, i ragazzi ne erano irritati, ma non tanto da escluderlo dalla compagnia. Del resto ciascuno di loro s’immaginava già principe del foro, o chirurgo di successo, o ricco commercialista… e quel pazzerello di Stefano faceva un po’ di tenerezza.
Quando fu finita la pizza e si passò ai salumi e ai formaggi, il vino aveva già cominciato a scaldare l’atmosfera, e il conseguente ottimismo fece sottovalutare l’intensità della nevicata che stava cominciando. Ma uno di loro era più lucido e più guardingo.
«Me ne torno a casa» disse a un certo punto Stefano, «questa nevicata non mi piace, se continua per un’altra mezz’ora si blocca la città. Vi consiglio di smammare anche voi.»
«Tu saresti colui che vorrebbe affrontare i mari in tempesta!» lo provocò Valerio, il più loquace della compagnia.
«Ce l’avete con lui perché non è un piccolo borghese ambizioso come noi. La sua non è pavidità, ma saggezza di chi si appresta ad affrontare il mondo senza intisichirsi su mucchi di libri; senza disseccarsi in studi che dovrebbero garantire la perpetuazione del nostro benessere di topi che hanno paura di abbandonare la dispensa» disse Simonetta, la più intellettuale del gruppo, cercando una sintesi tra concetti socio-psicologici e pulsioni senti-mentali.
Stefano mantenne quell’atteggiamento di sicurezza che tanto piaceva alle donne. Salutò con bacetti discreti le compagne e con strette di mano i compagni, s’incappottò e si diresse verso l’uscita consigliando, con estrema concisione: «Smammate!»
La nevicata continuava minacciosa e tutti seguirono il consiglio di Stefano.
Tutti, tranne uno: Giovanni.
«Anche i miei sono in settimana bianca. Nessuno mi aspetta. Posso fermarmi?»
«Certo…  la nevicata, prima o poi, finirà; e, comunque vada, ci sono in casa vari letti per dormire.»
Giovanni colse nelle parole di Francesca un tentativo, forse subliminale, di seduzione… sufficiente per infiammare la sua giovanile vitalità. L’immaginazione del giovane vide rifulgere di seducente femminilità quell’amica carina, ma fredda e distaccata, che sembrava portare scritto in fronte non ci provare, perché perderesti tempo.
A Giovanni sembrò doveroso, anzi inevitabile, intraprendere un garbato corteggiamento.
«Francesca, a me fa molto piacere farti compagnia, ma, se ti senti in imbarazzo, non farti scrupoli… non ho paura di affrontare la neve.»
«Ti prego, resta. Non ti mangio mica. Vieni a sederti con me sul divano, stiamo vicini e godiamoci questa strana neve incessante che sta coprendo ogni cosa e silenziando la città.»
Il giovane si sedette accanto a Francesca, non tanto vicino da toccarla, ma nemmeno tanto lontano da non essere raggiunto da un micidiale impasto: l’odore di una colonia di gran marca con quello di un  corpo accaldato di giovane donna.
«Giovanni, avvicìnati, passami un braccio intorno alle spalle; vieni, stiamo un po’ guancia a guancia.»
Giovanni eseguì con crescente turbamento e azzardò un bacio sulla guancia della ragazza.
Con uno scatto improvviso, Francesca saltò a cavalcioni su Giovanni, gli afferrò la nuca, pretese di essere baciata sulla bocca con energia e innescò un’azione che, nonostante il diaframma degli indumenti, spossò entrambi in pochi minuti.
Mentre i due giovani, strettamente abbracciati, cercavano di mettere ordine nei rispettivi stati d’animo, squillò il telefono. Francesca si sciolse dall’abbraccio e andò a rispondere nell’altra stanza.
Il silenzio reso profondo dalla neve, l’udito perfetto di Giovanni e l’imprudenza (?) di Francesca consentirono al giovane di captare le seguenti parole: «Stefano, stai tranquillo, sai che amo solo te e desidero solo te… Adesso ti saluto.. ciao, ciao, ciao.»


ANA CLARA

Un funzionario comunale, trascurato dalla moglie, trova il modo di superare lo sconforto.

D
ino Serranti, dottore in scienze politiche, è un funzionario del Comune di Roma che, alla soglia dei cinquant’anni, sta attraversando un periodo difficile.
La moglie Tiziana, da quando è diventata nonna, trascorre lunghi periodi a Milano, dove risiede la figlia. I periodi di lontananza si sono fatti sempre più lunghi e, nei brevi rientri a Roma, Tiziana si mostra sempre più fredda col marito.
Dino ha cercato di parlare alla moglie del proprio disagio per la piega che ha preso il loro matrimonio, ma ha ricevuto una dura risposta:  «Méttiti in testa che Valeria mi preme più di te. Sono ancora giovane  e posso aiutarla a tirare su il bambino senza che sia costretta a sacrificare la sua professione. Non le peso finanziariamente, come non ho mai pesato su di te, perché, grazie all’esodo dalle Poste, ho la mia pensione.»
Dino si è chiuso, più che nel rancore, nel senso d’inutilità della propria vita. È così che, quando la sua solitudine (in tutti sensi) comincia  a pesargli, decide di provvedere, a cominciare dal cercare un aiuto per le faccende domestiche. Infatti questo impegno l’opprime più del letto vuoto e delle serate in solitudine davanti al televisore.
Oliviero, il barista del locale che frequenta da anni, è l’uomo  più adatto per dargli un aiuto nel cercare una domestica affidabile.
Oliviero non lo delude e, il giorno dopo, gli prospetta la soluzione.
«Lei è razzista dotto’?»
«No, assolutamente no!»
«Allora ho trovato quella che fa per lei. È una donna capoverdiana sulla trentina, di pelle scura… insomma è una mulatta. Deve lasciare il lavoro attuale presso una famiglia perché non la vogliono mettere in regola con la nuova legge. Se lei è disposto a regolarizzarla è tutta sua.»
«Ma è una persona affidabile?»
«Tutta casa e chiesa. Certo, provenendo dai tropici, ha un comportamento un po’ flemmatico, cioè fa il proprio dovere senza agitarsi.»
«Mi ci faccia parlare. Grazie!... Per ora.»
Ana Clara è proprio scura. Seduta su una poltrona  del salotto, espone le proprie condizioni a Dino.
«Vorrei essere regolarizzata per avere il permesso di soggiorno. Chiedo vitto e alloggio e orario e paga sindacale. So fare tutte le normali faccende domestiche.»
«Per me va bene. Adesso mi dica qualcosa della sua vita.»
«Cioè?»
«Mi dica dove è nata e cresciuta e come è arrivata a Roma. Mi parli della sua famiglia.»
«Sono nata e cresciuta a Tarrafal de São Nicolau?, nello stato di Capo Verde. Sono di religione cattolica. Mi hanno trovato un posto a Roma i francescani che hanno una missione nella mia città. Sono arrivata con un visto turistico e, quando è scaduto, sono entrata in clande-stinità. Ho due figli che vivono a Capo Verde, a casa di mio padre, insieme ad altre tre sorelle che hanno due figli ciascuna. Non ho un marito.  Ma non mi consideri una donna leggera, perché a Capo Verde le ragazze mettono al mondo dei figli per il piacere di essere madri e, se il fidanzato non le sposa o il marito si dilegua, i nonni materni sono felici di tenere figlie e nipoti nelle loro case.»
Sei mesi dopo, Tiziana entra nella casa di Roma per fare una cernita di documenti, abiti e oggetti da portare a Milano per il proprio trasferimento definitivo. La casa è vuota, ma si accorge che c’è qualcosa di strano. Indumenti femminili che non sono i suoi, indumenti di bambini  e fotografie di gente di colore incorniciate e sparse un po’ dappertutto. Si distende nel divano del salotto per evitare uno svenimento e, quando riapre gli occhi, si trova davanti, poggiata sul tavolino,  una grande cornice d’argento che contiene una foto illuminante. Suo marito  tiene sulle ginocchia  un bambino e una bambina di colore e ha la mano destra poggiata sul ventre di una donna di colore in evidente stato di gravidanza. Dino e la donna si guardano e si sorridono.
Tiziana raccoglie in fretta le poche cose che le appartengono, le stipa  nel trolley e se la svigna.
A Milano l’attende l’uomo che le ha preso il cuore. Dino e i suoi mulatti non avranno fastidi.


GITA A BELGRADO

Una moglie maltrattata dal marito trova conforto durante una gita a Belgrado.

S
ono le sei del mattino. Teodoro Pavan, provvisto della sua nuova borsa da viaggio, si ferma davanti al passaggio  pedonale che immette in piazza dell’Unità d’Italia, nel lato dove prospetta il  Palazzo della Regione Friuli-Venezia Giulia.
«Anche voi state aspettando il pullman della gita a Belgrado?» chiede Teodoro a una coppia che  sta lì in piedi, affiancata da due trolley.
«Sì, l’appuntamento è proprio qui» risponde l’uomo.
«La ringrazio, non ero sicuro del posto esatto dove si ferma il pullman per raccogliere noi di Trieste.»
«Noi siamo Marisa e Arnaldo Carniel, e lei?» interviene la donna.
«Mi chiamo Teodoro Pavan.»
«È solo?» s’informa la signora Marisa, mentre la faccia di Arnaldo Carniel esprime disapprovazione per la curiosità della moglie.
«Sì, sono solo.»
«È  celibe?» incalza la signora Marisa mentre il marito dà segni evidenti d’insofferenza.
«Sì, vivo da solo e sono abituato a viaggiare da solo.»
La conversazione s’interrompe perché sta fermandosi il pullman carico di udinesi assonnati.
L’accompagnatrice turistica invita Teodoro a prendere posto: «Lei è fortunato, signor Pavan,  ha a disposizione due posti.»
«Questa volta l’essere celibe mi avvantaggia.»
«Dica piuttosto che non si è svegliata una bella ragazza di Udine che avrebbe dovuto sedere accanto a lei.»
«La chiama fortuna, questa?»
«Quando avrà  finito di conversare, signorina, ci dica dove dobbiamo sederci» interviene seccato Arnaldo Carniel.
«Chiedo scusa, i vostri posti sono sull’altro lato… tre file più indietro.»
«Proprio sulle ruote posteriori» si lamenta il signor Arnaldo, disapprovato dalla moglie con una leggera gomitata.
“Non mi sembrano due coniugi affiatati” pensa Teodoro Pavan. “Devono avere all’incirca la mia età, tra i quaranta  e i cinquanta. Lei è piuttosto sveglia e attraente. Lui è scostante… e piuttosto brutto. Non per la calvizie (anch’io sono calvo e non mi considero brutto), ma perché la nasconde con un parrucchino scuro. Le rughe precoci, in particolare quelle intorno alla bocca, rivelano un temperamento bilioso…  Ma la signora non è niente male…  e lui non può non soffrirne.”
Teodoro, mentre gli udinesi sonnecchiano, cerca di concentrarsi nella lettura del Mangialibri  di Klaas Huinzing, ma la sua attenzione è attirata dai coniugi Carniel, che bisticciano continuamente, anche se a voce bassa, appena percettibile da dove siede  Teodoro.
Dopo un quarto d’ora di discussione a bassa voce, Marisa Carniel si alza di scatto e va sedersi accanto a Teodoro.
«La disturbo se mi siedo qui?»
«S’accomodi pure.»
«Lei si domanderà che mi sta succedendo.» 
«Questo è ovvio, ma non è tenuta  a darmi spiegazioni.»
«Mio marito s’irrita ogni volta che mi vede serena e felice. Adesso sta facendo del tutto per rovinarmi questa gita.»
«Ci vuole pazienza. Il rapporto di coppia ha alti e bassi.»
«Io la pazienza l’ho esaurita.»
«Mi dispiace… Adesso si rilassi.»
Marisa tira indietro lo schienale della poltrona e assume un postura di elegante abbandono, che il viso ormai sorridente rende leggermente voluttuosa.
La conversazione dura un paio d’ore, senza che Arnaldo Carniel venga a reclamare  la consorte. E quando il pullman fa sosta per la prima colazione nel bar di una stazione di servizio, Teodoro e Marisa sanno molte cose l’uno dell’altra e possono considerarsi amici. Ma nel bar i due si tengono a distanza per un tacito accordo di non provocare ulteriormente il signor Arnaldo. Anzi, Marisa si avvicina al marito e gli dice qualcosa che fa il suo effetto, perché, quando risalgono sul pullman, tornano a sedersi vicini.
Durante il veloce pranzo in un self service, i due coniugi stanno insieme e Teodoro si sforza di non guardarli, ma quel che vede gli basta per notare che si parlano poco  e con freddezza.
Nel primo pomeriggio il pullman scarica i passeggeri alle terme di Baja Rusanda, in Voivodina, dove è prevista una lunga sosta per usufruire dei servizi termali. Teodoro sceglie la piscina e, quando vede arrivare Marisa in costume da bagno, ricorda, dopo un leggero e piacevole shock, che l’amica gli aveva detto della preferenza del marito per i fanghi. E Teodoro le aveva detto della propria preferenza per la piscina.
«Complimenti, hai proprio un bel fisico!»
«Grazie, ma non sono dell’umore giusto per apprezzare i complimenti… Mio marito mi sta esasperando… Se potessi tornerei indietro.»
Ma la signora Marisa non sembra troppo esasperata quando si muove abilmente nell’acqua e richiama l’attenzione di Teodoro: «Guarda un po’ che sa fare una professoressa di educazione fisica.»
La sera, dopo la cena nell’Hotel Centar di Novi Sad, che Marisa consuma a fianco del marito, sempre più indispettito, i gitanti si ritirano nella loro camere.
Teodoro si fa una doccia e si distende sul letto con in mano il Mangialibri e nella mente una segreta speranza.
Marisa bussa e chiede di entrare. Indossa l’accappatoio bianco dell’albergo: «Mio marito mi ha fatto una scenata e se n’è andato a fare una passeggiata notturna per smaltire la rabbia. Ma credo che si fermerà al bar qui sotto fino  a quando non dovrò andare a recuperarlo ubriaco.»
Ciò detto, si siede sul letto e si toglie l’accappatoio: «Mi vuoi?»
Caso tipico di domanda retorica.


TORREDIRUTA

Sergio Mattei, neolaureato in filosofia, è stato abbandonato dalla fidanzata. Per superare la malinconia va a villeggiare in un paesino sperduto. Proprio il posto che gli ci voleva.

Essere un filosofo non significa avere raffinati pensieri… Consiste nel risolvere i problemi della vita, non in teoria, ma in pratica.
Henry David Thoreau

L
a laurea in filosofia non aveva portato  fortuna  a Sergio Mattei. La donna che amava intensamente, illudendosi di essere altrettanto intensamente ricambiato, non si era presentata per assistere all’esame di laurea. Olga si era resa irreperibile e il giorno seguente gli aveva inviato un messaggio con la posta elettronica: «Adesso che ti sei laureato posso dirtelo senza lo scrupolo di influire negativamente sul tuo esame. La lettura della tua tesi su  Kierkegaard mi ha angosciato, però mi ha aperto gli occhi. Come fa una geologa a passare la vita con un segaiolo mentale?  Parto domani per le Cascate dell’Iguazú. Non so quando ritornerò. Non cercarmi. Addio.»
Il padre di Sergio, vedovo e con quel solo figlio, si era reso conto del suo stato di prostrazione e lo aveva invitato a collaborare nel proprio negozio di macellaio: «Così ti guadagni il pane fino a quando non avrai trovato un lavoro confacente ai tuoi studi. E chissà che non ti venga la voglia di ereditare il mestiere di tuo padre e  rinunciare a una vita da povero.»
Sergio era troppo abbattuto per avere la forza di rifiutare e poi si sentiva in dovere di non stare con le mani in mano mentre suo padre  si sfiancava per non farlo mancare di nulla.
Sono passate alcune settimane, ma l’umor nero di Sergio persiste. Arrivata l’estate, il padre decide di  spingerlo a fare una vacanza. Scelgono insieme un borgo di montagna, dove una famiglia annuncia su internet di offrire alloggio e pensione completa a una persona, nei mesi di luglio e agosto, per periodi non inferiori a 15 giorni.
La prospettiva di fare lunghe passeggiate solitarie e di respirare aria buona alletta un po’ Sergio, che prenota per la prima quindicina di luglio.
La mattina del 1° luglio, dopo un lungo viaggio per strade inconsuete e dieci chilometri finali di strada a fondo naturale, sale con la propria utilitaria a Torrediruta. Benedice il navigatore satellitare e  bussa alla porta di casa Fortini col prevalente desiderio di fare una bella doccia.
«Sono Sergio Mattei… piacere.»
«Piacere… Sono Vera Fortini» risponde  la quarantenne belloccia  che è venuta ad aprire, «s’accomodi, tiri dentro il trolleye si sieda. Prendiamo un caffè a facciamo quattro chiacchiere… Sabinaaa! »
Sergio non fa in tempo a sedersi che compare la copia ventenne di Vera.
«Ha bisogno del bagno?» si premura di chiedere Vera, mentre Sabina sta squadrando l’ospite senza nascondere una punta di piacevole sorpresa.
«Veramente avrei solo bisogno di una doccia.»
«Ah! La doccia è il vanto di questa casa» lo rassicura Vera. «L’abbiamo installata l’anno scorso, quando hanno costruito il serbatoio di accumulo sui ruderi della torre e l’acqua non manca più… salvo imprevisti. Io e Sabina stiamo sempre sotto la doccia: almeno due volte al giorno e, d’estate, anche tre.
Sergio si rende conto che dovrà dividere il bagno con la famiglia... Ma com’è composta la famiglia?
Vera intuisce il pensiero di Sergio: «Non si preoccupi, io  e mia figlia siamo sole. Mio marito se n’è andato da un pezzo, s’è fatto un’altra famiglia e ci manda qualcosa per vivere. Sabina poi va a passare i fine settimana dal fidanzato,  che sta a Vallebassa. Ma stia tranquillo, sono io che cucino e faccio le camere.»
«Scusatemi se metto becco» interviene Sabina, «ma il signore viene dalla città e bisogna spiegargli che qui ci troviamo in una frazione sperduta di appena cinquanta abitanti. Ma possiamo offrire aria buona e un bel panorama, una casa modesta ma pulita e una camera che cedo volentieri andando a dormire nel lettone con mia madre. Possiamo anche offrire cibo buono, perché mia madre cucina bene e anch’io m’arrangio. C’è un particolare: le porte della stanze, compreso il bagno, hanno vecchie serrature, ma si sono perse le chiavi… Basta bussare.»
Sergio finalmente può entrare nella camera che gli è stata assegnata e prenderne possesso con l’assistenza premurosa delle due donne. L’ambiente ha una rusticità montana: soffitto basso con grosse travi e tavole, un assito per pavimento, finestra piccola rivolta ai ruderi della torre che dà il nome al villaggio, un letto di ferro, un comodino e un armadio ottocenteschi.
Uscite le donne,  Sergio prova l’emozione della doccia. È abituato, vivendo solo con suo padre, a non chiudere  a chiave le porte. Ma qui ci sono in giro due donne con due paia di occhi molti vispi.
Rientrato in camera,  non appena ha finito di vestirsi, sente bussare. Vera, con la tempestività di chi conosce bene gli uomini, vuole prendere accordi sul vitto.
Sergio rassicura Vera di non avere particolari esigenze alimentari. Preparasse tranquillamente ciò che vuole.
«D’accordo, anche perché strada facendo s’aggiusta la soma
«Che vuol dire?» 
«È un proverbio che deriva dal fatto che mentre l’asino cammina, il carico legato al basto si assesta. Nel nostro caso, mangiando troveremo la soluzione migliore. Intanto vado a preparare le tagliatelle per il pranzo di oggi.»
«Posso assistere alla preparazione?»
«Vuole controllare se sono brava?»
«In verità non ho mai visto preparare le tagliatelle in casa.»
Vera si lava accuratamente le mani; indossa un grembiule bianco, fresco di bucato; sfila la spianatoia e il mattarello di faggio dagli appositi alloggiamenti nel tavolo della cucina;  pone su un angolo della spianatoia un vaso di coccio pieno di farina e due grosse uova.
«Oggi adopero due uova d’oca invece di quattro di gallina, perché l’uovo dell’oca pesa il doppio dell’uovo di gallina. E poi è più grasso e la pasta viene più buona.»
«Come si calcola la quantità delle uova?»
«Un uovo di gallina per ogni persona più uno ogni tre persone. Questa è la mia dose.»
Sergio guarda affascinato le mani di Vera  che preparano la pasta, la manipolano, la stendono col mattarello e, dopo una breve asciugatura della sfoglia, data la stagione estiva, l’arrotolano e la tagliano a striscioline.
In verità Sergio non guarda solo le mani di Vera, ma anche il leggero tremolio del petto della donna, ben consistente e  contenuto dal reggiseno. Non può fare a meno di paragonarlo ai modesti seni della geologa, che ancora incombe nei propri pensieri.
L’affabilità di madre e figlia è talmente coinvolgente che, in un paio di giorni,  Sergio si scioglie, recupera il buonumore e comincia a pensare sempre meno intensa-mente a Olga.
Ormai i tre formano un terzetto molto affiatato e si danno del tu, giocano a carte e, nelle ore fresche della sera, vegliano fino a tardi sotto un piccolo portico, conversando del più e del meno.
«Ho letto da qualche parte» lo provoca Sabina  «che se  un filosofo ti dà una risposta, non sei più in grado di capire nemmeno la domanda che avevi posto; ma tu non parli difficile… che razza di filosofo sei?»
«In primo luogo, non sono un filosofo, ma un semplice studioso delle opere dei filosofi; in secondo luogo, ogni disciplina ha il suo linguaggio che serve agli esperti per intendersi meglio tra di loro, ma che è più o meno incomprensibile ai non esperti;  in terzo luogo, tieni conto che siamo tutti, in un certo senso,  dei filosofi, altrimenti vivremmo in modo del tutto insensato.»
«Lo sapevo che non dovevo provocarti!»
«S’è fatto tardi» interloquisce Vera, ponendo fine alle provocazioni della figlia che costringono il giovane a risposte complicate. «Domani mi alzo presto per scendere a Vallebassa a fare la spesa. È giorno di mercato.»
«Se vuoi, ti accompagno volentieri» si offre Sergio.
«Ti ringrazio, ma tu sei qui in vacanza ed è meglio che vada a fare una passeggiata. Anche Sabina rimane qui perché deve mettere in ordine la casa.»
Il mattino seguente, quando Sergio va a fare la doccia, s’accorge che la porta del bagno non è ben chiusa e che dentro c’è qualcuno. Quando mette a fuoco lo spiraglio della porta, non può fare a meno di vedere Sabina che si sta asciugando. Con una carta calma, essendo un uomo rispettoso, ma pur sempre un uomo, si ritira nella propria camera.
Dopo qualche istante, lo raggiunge Sabina, che indossa un accappatoio blu: «Il bagno è libero. Tocca a te, mio bel guardone.»
A questo punto i sensi del giovane sono all’erta, ma l’abitudine a riflettere, che gli ha inculcato la filosofia, lo porta ad attendere la terza provocazione. In attesa degli eventi, decide così di andare a lavarsi, di vestirsi, di sedersi sul letto e di prendere in mano uno dei libri che ha portato con sé, il Diario di un seduttore di Søren Kierkegaard.
Non passano dieci minuti che Sabina chiede di entrare e si va a sedere sul letto al fianco di Sergio. Indossa un abitino da casa a fiori rossi su fondo rosa e porta i lunghi capelli castani raccolti a crocchia.
«Vorrei sapere perché non mi fai la corte. Ho qualcosa che non va?»
«Non ti manca proprio niente.»
«E allora?  Non mi pare che tu abbia un’innamorata, altrimenti non saresti salito quassù a passare le vacanze.»
«Non ho un’innamorata, ma un innamorato l’hai tu.»
«L’avevo. Domenica passata ho rotto e alla fine di questa settimana non scenderò a Vallebassa» lo rassicura Sabina sorridendo.
«L’hai presa bene!»
«E se il motivo del mio buonumore fossi tu?»
Ciò detto, Sabina afferra il libro di Kierkegaard e lo fa volare sul comò: «Vediamo se hai imparato qualcosa dell’arte del seduttore.»
«Veramente… Kierkegaard … »
«Zitto! Non me ne frega niente di Kierkegaard» chiarisce Sabina… e gli chiude la bocca con un bacio. «Adesso chiudo la porta a chiave, così ce la prendiamo comoda.»
«Da dove è uscita fuori codesta chiave?»
«È un segreto» dichiara Sabina, strizzando l’occhio mentre scioglie i capelli. Poi i giovani si liberano degli indumenti aiutandosi a vicenda. Ma lo fanno molto rapidamente perché quel che si aspettano (e che accadrà) è un piacere intenso, gioioso e appagante.
“Questa casa è più sconvolgente della cascate dell’Iguazú” riflette Sergio tra il primo e il secondo amplesso. “Che la geologa vada a farsi fottere dove vuole!”
I giorni che seguono sono pieni di sesso, di conversazioni e di progetti.  Alle conversazioni e ai progetti partecipa molto attivamente anche Vera, alla quale Sergio propone di fare conoscenza col padre. Chissà che non ne esca una seconda coppia?  Si potrebbe vivere tutti in città con la macelleria e villeggiare a Torrediruta.
«Se son rose fioriranno!» sospira Vera, che in cuor suo non vede l’ora di conoscere il padre di Sergio.

ODORE DI COCCOINA

Un quindicenne alle prese con una maestra molto particolare.

I
n un casa di paese, pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale.
«Ti rendi conto che Moreno è quasi analfabeta? Se la cava coi conti e legge tanto, ma non sa scrivere. La mia povera sorella, Dio l’abbia in pace! lo levò da scuola quando lo bocciarono all’esame di terza elementare. Ma che poteva fare? Quel debosciato di mio cognato, che il diavolo se lo porti! non è stato mai in grado di guadagnarsi il pane. Aveva tante idee ma non le sapeva mettere in pratica; passava da un mestiere all’altro; così mia sorella si doveva rompere le reni per far mangiare la famiglia. Non poteva durare. Adesso mi ritrovo con questo nipote orfano di entrambi i genitori e semianalfabeta. Ma non mi sembra stupido… anche se s’imbambola  troppo spesso…  per i miei gusti.»
Lina, fiera donna di mezz’età, si sta sfogando col marito Abelardo, severo ex appuntato dei Carabinieri. Si stanno coricando, ed è l’unico momento della giornata in cui si trovano insieme da soli. Non hanno avuto figli, anche perché si sono sposati in età matura, e Moreno, l’orfano di fatto adottato, vive con loro e cresce sano e robusto, soprattutto da quando riesce a mangiare almeno tre volte al giorno, grazie a Zia Lina.
Abelardo ascolta con calma solenne mentre si spoglia e indossa un camicione da notte. Ha assunto l’espressione assorta di quando si rende conto di dover dire qualcosa d’intelligente, ma non ci riesce.
«Si dovrà fare qualcosa» sentenzia finalmente Abe-lardo.
«Ho parlato con Elvira, la figlia di Checco il mugnaio e di Carolina. È una maestra diplomata, ancora senza posto, e può dare qualche lezione a Moreno per fargli prendere la licenza elementare.»
«Ci sarà da spendere.»
«Ho parlato anche di questo con Elvira. Per adesso non vuole niente, perché sta preparandosi per il concorso magistrale e potrà dedicarsi poco a Moreno. Si limiterà a un paio di lezioni. Poi, una volta che avrà dato il concorso, in base all’impegno che  riterrà necessario per portare Moreno alla licenza, parleremo anche di soldi.»
«Quand’è così, procedamus» sentenzia Abelardo, che ha imparato in caserma due o tre parole di latino da un maresciallo ex seminarista.
Il mattino seguente zia Lina accompagna Moreno nel negozio di generi alimentari e diversi di Fedora e, su consiglio della negoziante,  gli compra penna, calamaio, un quaderno con le righe per la quarta elementare e una carta assorbente.
Nel primo pomeriggio Moreno, munito dell’attrezzatura per scrivere, s’incammina verso la casa della signorina Elvira. È più incuriosito che emozionato. Da quando è uscito dall’orfanatrofio, ha scoperto di avere un temperamento calmo e un carattere positivo.
È in questo stato di grazia che Moreno sale il vicolo verso la casa della signorina Elvira.
L’accoglie Carolina: «Sali, Elvira ti sta aspettando. È tanto impegnata con lo studio, povera figlia mia, ma non poteva dire di no a Lina… l’ha vista troppo preoccupata. E poi siamo mezzi parenti.»
Moreno viene introdotto in una saletta da pranzo della quale, con ogni evidenza, Elvira ha fatto il proprio studio. Sul tavolo ci sono libri, riviste, quaderni grossi e piccoli, penna e calamaio, un paio di forbici e un vasetto di alluminio con scritto coccoina - colla bianca solida per ufficio.
Moreno rimane in piedi, mentre aspetta che Elvira esca dalla sua camera, e si gode il forte odore di mandorla che  proviene dal tavolo.
Elvira, che Moreno conosce solo di vista, arriva un po’ scarmigliata e con indosso un vestaglietta rosa. Messa così non può dirsi una bellezza.
«Ciao, siediti, stavo incollando degli articoli ritagliati da una rivista di pedagogia su questo quadernone. Senti l’odore di mandorle della coccoina?»
«È un odore buono, non l’avevo mai sentito.»
«Dunque tu vorresti prendere la licenza di quinta elementare? Fammi vedere quello che sai fare. Leggi qui.»
Moreno posa gli occhi sulla pagina del libro che Elvira gli ha aperto e comincia a leggere dal punto in cui la maestra ha messo il dito.
«Vedo che te la cavi bene con la lettura. Quando leggi da solo leggi a voce alta o in silenzio?»
«In silenzio.»
«Oh, ma allora sei un pezzo avanti. Lo sai che la capacità di leggere in silenzio era rarissima nell’antichità e, ancora oggi, molte persone di scarsa cultura ancora leggono solo a voce alta?»
«Il mio problema è la scrittura.»
«Allora dovrai fare molti esercizi… Sù, coraggio, sei un ragazzo intelligente e anche carino. Diventerai un bell’intellettuale.»
Moreno, nella sua cameretta, si dedica scrupolosamente  all’esercizio di copiatura assegnatogli dalla maestra. Fa il calcolo degli anni che lo dividono da Elvira (cinque o sei?) e si rende conto di non aver avuto il tempo e il coraggio di fissare lo sguardo sulla maestra. Ricorda bene solo la voce, dal tono alto, molto femminile, e la spaziatura ampia, come se non avesse molto fiato, e la netta sensazione che la maestra si sforzasse di parlare in buon italiano; come se fosse abituata a usare due linguaggi, uno più o meno dialettale in famiglia e col popolino, l’altro per le altre occasioni, compreso l’insegnamento.
Moreno risale per la seconda lezione il vicolo di Elvira. È concentrato sul proposito di prestare attenzione non solo a ciò che la maestra dice, ma anche a ciò che Elvira è.
Lo accoglie il solito odore di mandorla della coccoina. Elvira e già seduta, lo invita a sederle accanto e a farle vedere il copiato.
«Bravo! Possiamo tralasciare il dettato. Sei in grado di passare direttamente dal copiato al tema.»
«Quando mi farà scrivere con la penna biro?»
«Abbi pazienza, la penna biro, oltre a costare ancora troppo, non è abbastanza perfezionata.  Ma ho l’impressione che s’imporrà e distruggerà l’arte della calligrafia. Ti consiglio di continuare con il pennino, poi, quando sarà arrivato il momento, ti regalerò una penna stilografica. Cerca di resistere il più possibile alla biro, come sto facendo io. Quando avrai preso l’abitudine alla flessuosità del pennino avrai acquisito un’arte che ti sarà utile anche quando scriverai col dito sulla sabbia.»
Mentre Elvira parla con passione della calligrafia, Benito la scruta con occhiate rapide, ma penetranti, che la maestra fa finta di ignorare.  Un po’ dà la cosa per scontata, un po’ si diverte, un po’ quell’allievo la intriga con la sua evidente maturità, dovuta forse al combinarsi di un temperamento mite con una vita difficile.
Moreno nota molte cose: Elvira non indossa la vestaglietta rosa, ma una camicetta bianca di picchè con  minuscoli rombi in rilievo e una gonna a fiori azzurri di diverse tonalità; ha i capelli castani mossi e lunghi legati a coda di cavallo; il collo e le orecchie  sono ben fatti e proporzionati; gli occhi marrone sono piuttosto grandi e con un leggero taglio orientale; il volto è regolare con sopracciglia castane ben curate; i denti sono perfetti e le labbra sono di un colore naturale rosa molto più carico di quello della pelle.
L’odore della coccoina si mescola a quello della colonia alla lavanda, fino a quando il naso giovane ed efficiente di Moreno non percepisce l’effluvio del giovane corpo di donna. È a quel punto che il ragazzo deve fare uno sforzo per non tradire il proprio turbamento.
«Moreno caro, tu mi dai l’impressione di essere un po’ avanti come maschietto. Ce l’hai una fidanzatina?»
«Non credo di essere diverso e di fare cose diverse dai ragazzi della mia età. Mi sembra presto per fidanzarmi.»
«Non sono d’accordo… Tiro a indovinare. Hai lasciato la scuola a otto anni e, dai dieci ai quattordici, sei stato in orfanatrofio; da un anno stai quasi sempre chiuso in casa dei tuoi zii. È un bel po’ che ti sei accorto di essere uomo e che te la spassi da solo. Non hai mai frequentato ragazze e, quanto all’amore, conosci soltanto le stupidaggini che vi raccontate voi ragazzi, un po’ corrette da ciò che vedi al cinema e leggi su libri, fumetti e fotoromanzi, ma senza capirci granché.»
Moreno abbassa la testa, a conferma della diagnosi, non sapendo scegliere fra il mostrarsi offeso e chiudersi, o aprirsi e rimettersi ai consigli della maestra. Ma Elvira riprende la parola per venirgli in aiuto.
«Mi sono accorta di come mi guardavi, mi spogliavi con gli occhi, mi annusavi e ti gustavi le tue fantasie. Non ti eri mai trovato così vicino a una donna giovane. E io non ho problemi a mostrarti come è fatta una donna sotto i vestiti e a darti una mano a crescere come uomo consapevole, anche perché non lo diresti a nessuno. Non hai con chi parlare di queste cose. E poi non credere che me ne importerebbe più di tanto. Siamo soli in casa. Va’ a togliere la chiave dalla porta.»
Moreno, con le gambe tremanti e un leggero senso di vomito, scende a sfilare la chiave dalla toppa e, quando ritorna, Elvira lo tranquillizza: «Mettiti seduto e rilassati. Guardami mentre mi spoglio e mi rivesto, senza muoverti e senza cercare di toccarmi. Se sarai stato bravo, alla fine t’insegnerò a baciare.»
Moreno si siede con i gomiti poggiati sul tavolo e il volto sorretto dalle mani. È un alunno disciplinato, pronto a una lezione che non avrebbe mai immaginato.
Elvira, senza particolari moine, come se nessuno la stesse guardando, si sbottona la camicetta, se la toglie e la poggia su una sedia; poi si toglie le scarpe e si sfila la gonna; rimane in sottoveste bianca di seta dalla quale sguscia in pochi secondi; ormai non indossa altro che  reggiseno e mutandine; si cala le spalline del reggiseno, libera le braccia e fa ruotare i gancetti del reggiseno sul davanti  per slacciarli comodamente e rimanere a seno nudo; poi si toglie le mutandine, fa un giro su se stessa  e si riveste.
Moreno non si è mosso. La maestra gli si avvicina e gli sussurra all’orecchio: «Adesso hai visto che c’è sotto i vestiti di una donna. Cerca di ricordarlo e di non farti abbindolare con le smancerie e i finti misteri. Passiamo al bacio, che è fondamentale in ogni rapporto fra corpi umani. Vale più un bel bacio che una congiunzione intima. T’insegno a baciare… anche se non dimenticherò d’insegnarti a scrivere.»
Più che di un bacio si tratta di una lezione, fredda e professionale, sul baciare la bocca, che dura una decina di minuti.
«E adesso, caro Moreno, ti do un comando: “Non innamorarti di me!” Non per la differenza d’età, né per lo scandalo; ma solo e semplicemente perché sono già innamorata. Vieni domenica a pranzo e ti farò conoscere il mio amore, che viene per me da molto lontano. Mi accompagnerà a dare gli scritti del concorso magistrale.»
«Come vuole lei, signorina maestra. Arrivederci.»
Moreno scende lentamente i gradoni del vicolo, impegnato in un turbine di pensieri e di sentimenti. Adesso sa che la vita è più complicata di quella che insegnano negli orfanatrofi.
Domenica andrà a pranzo da Elvira, ma più per dovere di cortesia che per curiosità.
Zia Lina consegna a Moreno un involto di carta paglia caldo e profumato: « È un coniglio a porchetta con le patate. L’ho promesso a Carolina per ricambiare la disponibilità di Elvira. Mangiatevelo alla mia salute.»
In casa di Elvira, Moreno consegna il pacco ancora caldo a Carolina e saluta Checco, il capo famiglia, poi cerca con lo sguardo Elvira. La maestra compare quasi subito, si avvicina a Moreno e gli sussurra: «Vieni in camera mia, ti presento il mio amore.»
Nella camera c’è un letto a una piazza con la testata di legno di noce e, a fianco, il comodino con la lastrina di marmo grigio.
Sulla parete di fronte, tra l’armadio e la finestra, c’è un sommier su cui sta seduta una bella donna sulla trentina con la sigaretta accesa e il sorriso sulle labbra tinte di rosso scarlatto.
Moreno prende atto che il mondo è ancora più complicato di quanto gli sembrava dopo l’ultima lezione di Elvira.


LA CASCATELLA

Il tedio di una vacanza estiva nel paese natale fa affiorare una passione latente.

I
l professor Mario De Stefani entra con passo strascinato nel Caffè Roma per bere qualcosa di fresco e fare due chiacchiere.
«Ciao Venturi’»  dice al gestore, che sta asciugando il piano del bancone con  flemma sapiente. Fa caldo e sono soltanto le undici del mattino; la giornata di lavoro di Venturino finirà dopo mezzanotte; non è il caso di affannarsi.
«Professo’, di là c’è Agata, la Morona, che vi ha cercato.»
Mario si dirige verso la saletta adiacente, quella coi tavoli per giocare a carte. Sola soletta, seduta con le gambe accavallate davanti a una coppa di gelato c’è Agata, la cugina di sua moglie, anche lei in vacanza nel paese natale. Quarantenne di bella presenza, porta, come tante donne nate nel paese, il nome della santa patrona. Per le altre, quel nome un po’ difficile da usare nelle modalità colloquiali, viene diminuito in Agatina. Ma alla nostra Agata, col suo metro e settanta e con le sue forme floride,  il diminutivo non si addice. Così, fin da ragazza, in onore della sua cascata di capelli corvini, l’hanno ribattezzata la Morona. E lei ha sempre mostrato di gradire quel soprannome che l’affranca dalla massa delle Agate, sottolineando un suo aspetto fisico del quale è tutt’altro che scontenta.
Agata sta gustando il famoso gelato di Venturino nei tre gusti cioccolato, crema e nocciola. Anche perché non c’è altro da scegliere; a parte il gusto di limone, di cui la donna non è golosa. Quanto alla panna, meglio non esagerare coi grassi.
Quando vede entrare Mario, con un bel sorriso stampato sul bel volto di uomo maturo, ma ancora prestante, si sente sollevata e apprezza il gesto con cui, nell’avvicinarsi a lei, si è tolto gli occhiali da sole. La donna, quel sabato mattina, s’è infilata nel Caffè Roma con la speranza d’incontrare qualcuno della sua affiatata comitiva di villeggianti e di concordare un programma per la domenica; e ha chiesto proprio di lui, l’amico col quale è sempre un piacere interloquire. Non vedendo nessuno, ha ordinato, più per disimpegno che per gola, il gelato da duecento lire che Venturino le ha servito in una di quelle coppe cromate che ancora sono in uso nei caffè di paese.
«Accòmodati, professo’.  Che ti faccio portare? Intanto assaggia questa nocciola appena uscita dalla sorbettiera e dimmi se non è una delizia». Ciò detto, Agata porge al professore, col proprio cucchiaino, un bocconcino di crema alla nocciola. Il gesto confidenziale non può mettere in imbarazzo Mario, che ha sempre avuto, fin dall’infanzia, grande familiarità con la cugina di sua moglie. Ma quel giorno il piccolo gesto familiare innesca un crescendo di pericolose emozioni.
Mario si fa portare una coppa di gelato al limone e ne offre un assaggio alla donna, che lo rifiuta scuotendo quasi impercettibilmente il capo e con un sorriso che esprime apprezzamento del gesto cortese. Ma subito si pente e infila il proprio cucchiaino nel gelato al limone e ne preleva una piccola porzione. L’ uomo percepisce quel ripensamento non come un cedimento alla gola, ma come intenzione di curare quell’atmosfera di confidenza, che deve preludere a una lunga e piacevole conversazione. «Tu hai una gran voglia di parlare e io una gran voglia di ascoltarti» azzarda il professore, fissandola negli occhi giusto il tempo di farla sorridere, più divertita che sorpresa.
«Allora veniamo al dunque, che facciamo domani? Comincio ad annoiarmi di queste vacanze; anche mio marito ha bisogno di andare da qualche parte, perché torna stasera dopo una settimana in quel buco di ufficio postale; i miei figli hanno le loro compagnie. Allora ho pensato di riunire la comitiva e fare una bella scampagnata, come ai vecchi tempi. Si parte con comodo dopo la Messa delle otto, ciascuno porta qualcosa da mangiare; si fanno quattro chiacchiere; si mangia e si beve, magari si balla, poi si torna  a casa col fresco. Se vengono tutti, siamo una decina e bastano due o tre macchine: la mia, la tua e, se occorre, quella di Giovanni».
Quindi la donna scavalla le gambe e si allunga sulla poltroncina, come liberata di un peso. Nell’assumere la nuova posizione piega leggermente la schiena e lascia scendere un po’ il seno florido. Poi rimane in attesa della risposta di Mario che, in quei movimenti, non ha potuto fare a meno di cogliere la fugace apparizione di un bel tratto di cosce. Neppure se lo avesse voluto avrebbe fatto in tempo a distogliere lo sguardo. Ma, com’è suo dovere, fa finta di niente.
«Sai che pensavo?» risponde Mario non appena ritrovata la necessaria concentrazione, «si potrebbe organizzare una riedizione di quelle belle gite adolescenziali, quando non avevamo il pensiero del lavoro e della famiglia e il tormento dello studio era neutralizzato dalla lunga pausa estiva. Quelle belle gite che furono belle fino alla stagione degli innamoramenti. Ma la nostra comitiva durò più delle altre perché le coppie sembravano predestinate, anche se erano piuttosto il frutto di un lavorio paziente delle famiglie. Del resto ancora oggi la nostra comitiva regge perché non è avvelenata dallo strascico di vecchie gelosie e frustrazioni. Salvo residui di antichi sentimenti opportunamente dissimulati».
A questo punto Mario s’interrompe, perché il discorso sta prendendo una piega che non gli piace e negli occhi di Agata sta affiorando la stessa malinconia che lei vede negli occhi di lui.
«Professo’, non perdiamo tempo in discorsi complicati» taglia corto la donna, «piuttosto scegliamo il posto, che deve essere adatto sia alla prima che alla seconda colazione, e, soprattutto, che sia fresco. Poi diciamo a  ciascuno quello che deve portare. Del resto sappiamo che Giovanni ci tiene a farci bere il suo vino e che Valeria è contenta di offrirci le sue lasagne. Io preparo l’arrosto, anche se con questo caldo mi costa una certa fatica, e penso al pane e al dolce. Chiedi a tua moglie di preparare una bella insalata russa e di mettere dentro a una scatola piatti, posate, bicchieri e tovaglioli per tutti. Non dimenticarti la macchina fotografica e il mangiadischi a pile.»
Mentre ascoltava le disposizioni organizzative di Agata, Mario ha elaborato mentalmente un progetto parzialmente alternativo,  poiché desidera dare alla gita un significato più fortemente rievocativo. Il luogo giusto e una organizzazione opportuna ravviverà i ricordi giovanili. Ciò potrà destare emozioni contrastanti, ma romperà la monotonia di una villeggiatura in cui quotidianamente affiorano il tedio e la malinconia. Il diavoletto che ciascuno  porta sulla propria spalla cerca continuamente di rovinare una vacanza serena e a lungo desiderata, facendo volare l’immaginazione verso la vita ordinaria che sta aspettando il nostro ritorno. E la vita ordinaria ci chiama con un perfido canterellare di sirena.
«Avrei un’idea» esordisce Mario, rinunciando, per non annoiare Agata,  a illustrare i propri pensieri, ma confidando nella sensibilità e nell’affetto dell’amica. «Sono più di vent’anni che non andiamo alla cascatella. Lì c’è posto per pescare, fare il bagno, cucinare, prendere il sole, giocare e ballare. C’è pure, là vicino, se riusciamo a ritrovarla, una sorgente di acqua ferruginosa che non ha un gran sapore, ma è freschissima. Non sarà difficile catturare qualche granchio per fare un bel sugo. Credo che sappiamo ancora accendere il fuoco e scolare la pasta utilizzando il coperchio della pentola, come fanno i militari. Prenotiamo da Arturo un paio di chili di porchetta e carichiamo sulle auto tutto ciò che serve, senza dimenticare i teli per asciugarci, cambiarci i costumi da bagno e riposarci sull’erba».
«Mario!»  esclama Agata avvicinandosi all’amico e prendendogli la mano, mentre gli occhi le si sono fatti lucidi, «mi stai facendo commuovere. Tutto quello che hai detto è già successo tanti anni fa. Non hai paura che la cosa ci faccia più male che bene? E poi, come sarà ridotta la strada per la cascatella? Ci sarà ancora qual bel prato fresco? Non sarà ormai coperto di rovi?».
«La sindrome dei vent’anni dopo non mi spaventa. Anzi, può servire a combattere la nostalgia. Quanto al posto, possiamo andare a dare un’occhiata. Un tempo ci andavamo a piedi in tre quarti d’ora,  ma, con la macchina, ci mettiamo meno di dieci minuti. Te la senti?». Gli occhi della donna gli fanno capire che se la sente. Mario paga il conto e va a prendere la sua FIAT 128 verde bottiglia.
Percorrono tre chilometri sulla provinciale che corre in margine all’alveo del torrente. Imboccano la strada vicinale sterrata, che ricordano bene e, prima che il percorso diventi troppo stretto e scosceso,  trovano il modo di parcheggiare l’auto in un terreno incolto, al margine della macchia. Scendono a piedi verso il torrente e, dopo un centinaio di metri e molti incespicamenti,  avvertono il rumore della cascatella, un salto di appena due metri che nel tempo ha scavato un laghetto. Al di là del laghetto c’è il prato, più piccolo di come lo ricordano, ma sufficiente a fungere da spiaggia, poiché le rive del piccolo specchio d’acqua sono altrimenti inaccessibili a causa della vegetazione. Il tutto sembra perfetto.
Si tolgono i sandali. Mario arrotola i pantaloni fin sopra al ginocchio. Agata con una mano regge i sandali e tiene sollevata la gonna, mentre dà l’altra mano all’amico per essere aiutata a non perdere l’equilibrio nel guadare il piccolo torrente. Devono fare attenzione a posare i piedi sui sassi più grossi, più solidi e più utilmente posizionati.
Raggiunto il prato, essendo piuttosto accaldati, si soffermano a riposare e a ispezionare il luogo con gli sguardi.
«Ti dispiace se mi bagno un po’? Non so proprio resistere» dice Mario. E resta in attesa dell’assenso dell’amica, dalla quale stranamente non si aspetta obiezioni sul fatto che non ha il costume da bagno né indumenti di ricambio e che non possono trattenersi a lungo. L’assenso di Agata arriva in forma di un sorriso comprensivo e di un cenno del capo che significa: “Se proprio ci tieni!”
Quindi Mario si toglie la camicia, la canottiera e i pantaloni e resta coperto dai soli boxer bianchi. Agata finge di non guardare. Mario entra prudentemente in acqua ed esegue tutte le abluzioni necessarie per affrontare con prudenza le fresche acque del torrente. Saggia il fondo del laghetto e verifica che in nessun punto la profondità supera il metro e mezzo. S’inginocchia per immergersi fino al mento, mentre Agata lo guarda divertita. Si mette in piedi nel punto più profondo e, con un cenno dello mano, invita la donna a scendere in acqua mostrandole la prova vivente che non c’è bisogno di saper nuotare.
«Ma sì!» dice Agata.
Mario non la l’ha potuta sentire, a causa dello scroscio della cascata, ma quando lei comincia a spogliarsi, le dà cavallerescamente le spalle, fino a quando la donna, in mutandine e reggiseno, non si è immersa in acqua fino al collo e gli dice: «Puoi voltarti.»
Il bagno, per mille ragioni, è breve e casto. Escono dall’acqua e si vanno a sedere sugli scogli asciutti, in riva al laghetto, confidando che il basalto rovente e i raggi del sole di luglio asciughino rapidamente i loro corpi e i loro indumenti intimi. Mario mette a disposizione dell’amica la sua canottiera asciutta per usarla come asciugamani.
Mentre entrambi meditano su come riprendere la conversazione, Mario vede la testa di un rettile che sbuca dalla base dello scoglio su cui è seduta Agata  e subito le sussurra: «Sta’ ferma, mi raccomando!» Intanto ha raccolto un sasso e, scavalcando la donna, si avvicina al rettile per colpirlo da vicino. Ma, prima che Mario lo raggiunga, il rettile scivola rapidamente nell’acqua. «Era solo una biscia. Le bisce d’acqua non sono velenose.» Così Mario rassicura la donna, che s’era irrigidita e aveva soffocato un grido di spavento per non disturbare l’azione protettiva dell’amico.
Poi, senza alcun indugio, Agata  si getta tra le braccia di Mario, ma dosando tempo e languidezza affinché i loro corpi si allaccino strettamente. Né può fare a meno di ricordare di aver letto da qualche parte che il mito dell’Eden esprime una realtà che si verifica tutti i giorni, e che il rettile è sempre in agguato per cogliere i momenti di debolezza della donna, come quello del vedersi sfiorire senza aver colto tutti i vantaggi della fioritura. Appoggia il volto su una spalla di Mario, consapevole che la folta capigliatura corvina gli avrebbe vellicato il viso  e gli avrebbe sfiorato le narici.
Mario è sorpreso, non tanto dall’abbraccio di Agata, che sembra il capitolo di una storia già scritta da qualche parte, ma dalla flessuosità del corpo della donna. Mai ha immaginato una sensazione del genere nel pensare ad Agata. Le membra dei due combaciano perfettamente e Mario pensa che la mano misteriosa che gioca col mondo s’è finalmente decisa a congiungere quelle due tessere del puzzle, come previsto  dal grande disegno.
Pochi minuti dopo, un angolo erboso riparato dalle fratte li accoglie per un amplesso caldo e silenzioso...  Avviene ciò che entrambi, per tanti anni,  hanno tante volte immaginato. Un lungo bacio consuma i residui effetti dei meccanismi ormonali, prima d’indossare gli indumenti scaldati dal sole per  riguadare il torrente e raggiungere la 128 verde bottiglia.


LA LEPRE DEL CIRENEO

Discorsi e poesie di caccia e di cucina in una vecchia osteria di paese.

O cara luna, al tuo tranquillo raggio
Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
la mattina il cacciator, che trova
l’orme intricate e false; e dai covili
error vario lo svia; salve, o benigna
delle notti reina.
Giacomo Leopardi

A
 Collefino, ma pure altrove, li chiamano fancazzisti. Sono quelli che trovano sempre qualche ora da aggiungere al meritato riposo per discettare di argomenti futili.
Nell’anno di grazia 1950, i fancazzisti di Collefino si dividevano  tra il Caffè Rossetti–Gelateria e l’ Osteria Salvini. I primi si dedicavano prevalentemente allo sport, i secondi quasi esclusivamente alla caccia.
Più suggestiva era l’ Osteria Salvini, che  era più di una bettola e meno di una trattoria. Sull’insegna di latta verniciata c’era scritto Vino e Cucina. Ma se il vino non mancava mai, sostituibile con la birra e miscelabile con la gazzosa, si cucinava solo la sera. I venditori umbri di porcelli, i carbonai e i tagliaboschi toscani, nonché altri commercianti di passaggio s’infilavano di mattina nell’osteria, ma trattavano i loro affari o si scambiavano informazioni davanti a un pezzo di cacio e a due fette di spalletta. Non bevevano certo acqua, ma vino con moderazione.
Invece le sera venivano serviti, a seconda dei giorni, delle stagioni e delle prenotazioni:  fettuccine con le rigaglie di gallina, gnocchi di patate col sugo di castrato, polenta di granturco con le costarelle di maiale, lombrichelli di acqua e farina mantecati con olio aglio pomodoro peperoncino, agnello a bujone, cacciagione in salmì, coniglio a porchetta, polpette di  carne in umido. E il vino scorreva a fiumi.
Ma il pomeriggio l’ Osteria Salvini era appannaggio dei cacciatori, che parlavano  e parlavano, tra una mano di tressette e tre mani di briscola, quasi sempre dello stesso argomento, e tenevano lubrificato l’apparato vocale con vino e  gazzosa.
L’osteria era gestita da Bradamante Salvini, detto l’Appuntato, per via della sua trascorsa militanza nell’Arma dei Carabinieri, e dalla zi’ Aminta, sua consorte. Il fatto che l’uno portasse il nome di un personaggio femminile e l’altra quello di un personaggio maschile della poesia del Cinquecento non li metteva a disagio; così come lasciava indifferenti gli avventori, quasi sempre semianalfabeti, che solo per brevità, e non per ossequio alla sua mascolinità, accorciavano il nome dell’oste in Bramante.
La squadra del gestore era completata dalla fantesca Caterinella e da Benito, quindicenne nipote di Aminta, orfano di entrambi i genitori, assunto come figlio adottivo e sguattero.
Quando i cacciatori sproloquiavano, mentre la zi’ Aminta e Caterinella stavano al riparo in cucina, Benito ascoltava con piacere, senza metter bocca, mentre serviva le bevande. Nonostante la giovane età, era consapevole che si stava recitando un dramma antico quanto il genere umano. Gli attori si alternavano sulla scena e recitavano seguendo il solito canovaccio. Chi era di turno come spettatore, rimuginava sulla parte che avrebbe dovuto recitare, e prestava ascolto nei limiti in cui gli era necessario per cogliere  il tempo giusto della propria entrata in scena. Benito intuiva che si trattava di un rito ancestrale in cui la verità veniva piegata all’esigenza di elevarsi sopra lo squallore della vita quotidiana e di esorcizzare l’angoscia esistenziale. Quasi come in un circolo di fumatori d’oppio. Però la droga, pur avendo il suo costo, non aveva conseguenze fisiche. Il vino li aiutava, ma, proprio perché avevano trovato una via di fuga più efficace, raramente i cacciatori cadevano nel baratro dell’alcolismo.
Benito, che aveva ufficialmente un’istruzione elementare, era un lettore accanito di tutto ciò che gli capitava e un ascoltatore solitario e indefesso della radio. Al resto provvedeva la sua fervida immaginazione. Perciò, assistendo silenzioso alle conversazioni dei cacciatori, non s’irritava per le palesi esagerazioni e le conclamate bugie, né s’annoiava per la prevedibilità di ogni sproloquio. Anzi, si dilettava nell’affinare sempre di più una  sua trasfigurazione di quegli incontri.
Volava con la fantasia all’era delle caverne, a una sera di centomila anni prima. Un gruppo di uomini primitivi, cacciatori di animali zoccolati, poggiate a terra le poderose clave, sedeva a consumare le carni arrostite di un cavallo selvatico e a tracannare una birra primitiva. Gl’indumenti di pelle rozzamente conciata apparivano più decorosi dei panni indossati dai poveri collefinesi del 1950. Il gruppo discettava su vicende di caccia. Nei volti  barbuti e nelle voci erano riconoscibili i clienti della trattoria Salvini. Le donne e i bambini stavano rintanati nella caverna; quelle fertili con un figlio al seno e un altro nella pancia. Non c’erano vecchi perché la vecchiaia non era stata ancora inventata. Nel buio, a una certa distanza dai cacciatori, lampeggiavano gli occhi dei leopardi. Aspettavano che gli uomini satolli si addormentassero e che nel semicerchio di tizzoni posto davanti alla caverna s’aprisse qualche varco.  I cuccioli d’uomo erano bocconi prelibati per i leopardi, che a quell’epoca provvedevano al controllo demografico. Ma altri occhi giravano attorno alla caverna ed erano quelli dei lupi e degli sciacalli, aspiranti amici dell’uomo. Aspettavano impazienti, ma discreti, di poter addentare gli ossi e altri avanzi troppo coriacei per i denti degli uomini. Lupi e sciacalli, il giorno seguente, avrebbero, con istintivo opportunismo, attirato il gruppo di caccia verso i luoghi dove pascolavano i grandi erbivori. Era facile immaginare come sarebbe andata a finire: i cuccioli di lupi e sciacalli sarebbero stati prima o poi accolti, allevati e selezionati dagli uomini e, col nome di cani, avrebbero assunto il ruolo di amici fedelissimi.
I  cacciatori immaginati da Benito celebravano lo stesso rito che si celebrava in certi pomeriggi nell’ Osteria Salvini. Anche la vita quotidiana dei cacciatori collefinesi, tutto sommato, somigliava a quella dei loro antenati cavernicoli. Le pelli erano state sostituite con tessuti di fibre animali e vegetali, le clave avevano ceduto il posto ai fucili, i lupi e gli sciacalli erano diventati cani, le donne e i bambini stavano al riparo, ma la vita era comunque dura e piena d’insidie. Soprattutto, come centomila anni prima,  non se ne riusciva a capire il senso. Ma i pomeriggi all’ Osteria Salvini davano sollievo, e la certezza che si sarebbero ripetuti dava consolazione.
Un giovedì pomeriggio, un colpo di scena interruppe il rito dei cacciatori nell’ Osteria Salvini. Inaspettate, si stagliarono sulla porta le figure del Marchese di Borgovecchio e del Cireneo.
Vinicio de Paolis, Marchese di Borgovecchio, aristocratico di mezz’età e appassionato cacciatore, frequentava di tanto in tanto l’ Osteria Salvini riuscendo a mimetizzarsi tra quei poveretti e a far dimenticare la propria differenza di classe e di educazione.
Guerrino Guerrini, factotum del Marchese, era detto il Cireneo perché, come spiegavano ironicamente a Borgovecchio, aiutava il Marchese a portare la croce del matrimonio.  Ma non c’era malizia dietro l’ironia, perché la Marchesa de Paolis era una santa donna, e per di più una malattia l’aveva ridotta in carrozzella. Il Cireneo, oltre a sbrigare varie faccende per la casa e le proprietà del Marchese, accompagnava la Marchesa nelle sue passeggiate, soprattutto nelle sue visite di beneficenza. Ella usava frequentare le case dei poveri, che nel 1950 erano tanti, per dispensare parole di conforto e distribuire viveri, vestiti e denaro. Era molto amata, ma non tutti sapevano che aveva alle sue spalle la generosità del Marchese il quale, non avendo figli, non si preoccupava di conservare il patrimonio per i nipoti.
Il Marchese era abbigliato con elegante semplicità. Invece il Cireneo ostentava una splendida giacca da caccia, probabile dono del padrone. Ma ciò che colpì gli avventori di Bramante fu la lepre enorme che il Cireneo teneva a penzoloni per le zampe posteriori. Egli entrò silenzioso nell’osteria, mentre tutti salutavano con garbo il Marchese; depositò la grossa lepre su un tavolo e cominciò a gironzolare in attesa dei commenti. I cacciatori si assieparono intorno alla lepre, che doveva pesare quasi cinque chili, un peso enorme per quel tempo in cui non era cominciato il ripopolamento con animali ungheresi.
«Se la signora Aminta sarà così cortese da cucinare questa  lepre, siete tutti invitati a mangiarla sabato sera» esordì il Marchese, dopo aver ottenuto il generale silenzio.
Ma Bramante mise becco per affermare ciò che tutti pensavano: «Rischio di perdere un illustre cliente, ma questa lepre non è stata uccisa da un vero cacciatore, perché è stata colpita a fermo. Lo dimostrano la testa fracassata e il corpo intatto.»
Il Marchese taceva. Tutti si rivolsero verso il Cireneo, che stava attizzando il fuoco nel grande camino e che, dopo alcuni lunghi secondi, si decise a parlare, quasi senza voltarsi: «L’ho ammazzata io. Sapete che non sono un cacciatore. Mentre il Marchese girava coi suoi segugi, io andavo in giro a una certa distanza senza cane, ma col fucile imbracciato, come ho sempre fatto per passare il tempo, senza mai prendere niente. A un certo punto lo sguardo m’è caduto su due occhi che mi fissavano impauriti. Vedevo solo gli occhi, perché sapete che la lepre ferma nel suo covo è perfettamente mimetizzata. Solo gli occhi, tenuti aperti dalla paura, possono tradirla. Se avessi battuto il piede a terra per farla schizzar via, come avrebbe fatto un vero cacciatore,  non sarei mai riuscito a colpirla. Perciò ho mirato a quegli occhi e ho sparato. Vi giuro che speravo di non colpirla. Quando ho visto l’animale distendersi stecchito sul terreno e ne ho intuito la dimensione straordinaria, ho pensato solo al piacere che mi avrebbe dato la vostra invidia, e ho sperato che invitandovi a mangiarla avrei evitato il vostro disprezzo. Ma non è andata così.»
Bramante, pago dell’umiliazione del Cireneo, aveva nel frattempo notato che Olinto Ribichini, detto il Poeta per la sua abilità nel cantare ottave a braccio su qualsiasi argomento, stava fissando il vuoto come quando era ispirato e pronto a esibirsi.
«Adesso il Poeta ci canta qualche ottava per rimetterci di buonumore» concluse Bramante, e s’accomodò su una panca.
Il Poeta s’alzo in piedi, si sberrettò e, circondato da attenzione, curiosità e rispetto, cantò:

Cauta la lepre, con il batticore,
mòvesi al loco scelto per covile;
e, ben sapendo di lasciar d’afrore
scia permanente, che naso sottile
pòle sentir d’astuto predatore,
procede a zigghe  zagghe  in modo vile:
così tracciando per colui che passa
d’effluvio intricatissima matassa.

Il cacciator, che cerca la sua preda,
ha perso il fiuto fin da’ tempi antichi;
è un predator, benché non se n’avveda,
che, per quanto s’ingegni e s’affatichi,
sarìa costretto, s’ altri non provveda,
a nutrirsi d’insetti e di lombrichi.
Perciò, in mancanza di risorse umane,
con atto d’umiltà, ricorre al cane.

Il cane che per ciò da pelo è detto,
con grande diligenza il muso abbassa
e col suo fiuto, ch’è quasi perfetto,
dipanar cerca l’aerea matassa.
Non senza al cacciatore aver predetto
ch’è sulla pista… ma con voce bassa.
Giunto presso il covil, la coda drizza
e ratta, al suo abbaiar, la lepre schizza.

La serata aveva preso una piega mondana e venne in ballo quale fosse il miglior destino della lepre. Prevalevano i fautori del salmì, ma vennero fuori in modo petulante, richiamandosi alla tradizione locale, anche i fautori del bujone.
Il Poeta, ormai nel vortice dell’ispirazione,  fece capire di voler dire la sua e riprese il canto:

Il bujone provien dal tempo antico
e s’inventò tra il Lazio e la Toscana
per cucinar, con spezie che non dico,
la pecora di razza maremmana.
Di carne ovina  inver sarei nemico
se col bujon non fosse resa urbana.
Però sinceramente vado pazzo
per ogni carne nel prefato guazzo.

Il salmì, come dice la parola,
è cucina d’origine francese,
ed è molto gradevole alla gola.
Ai nostri dì, senza tante pretese,
s’adopra non per una carne sola;
e nel condire non badiamo a spese.
Però il poeta, non senza ragione,
lo raccomanda per la cacciagione.

Benito, che non aveva ancora aperto bocca,  decise che era arrivato il suo momento, e propose di cucinare la lepre mezza in salmì e mezza a bujone.
L’opinione di un ragazzo valeva, in quell’epoca, meno di niente. Ma sulla porta della cucina era comparsa da qualche minuto zi’ Aminta, che, puntati i pugni sui fianchi, sentenziò: «Si fa come dice mio nipote!»
Caterinella, seminascosta dalla mole della padrona, annuiva con decisi movimenti del capo.



STELLA

Carlo, ragazzo undicenne, conosce la giovane commediante Stella e gli si aprono le porte di un breve paradiso.

N
ell’autunno del 1950, Carlo Massetti, figlio unigenito del farmacista di Collefino e della maestra Stefania, aveva compiuto undici anni da pochi mesi. Aveva superato senza problemi gli esami di quinta elementare e, un po’ meno brillantemente, l’esame di ammissione alla scuola media. Infatti aveva confuso i re d’Italia rispondendo: «Vittorio Emanuele III» alla domanda: «Chi è il re italiano chiamato Padre della Patria?».  Per sua fortuna, il professore che l’interrogava nella scuola media di Borgovecchio non aveva nessuna voglia di intralciare la carriera scolastica del figlio di un suo compagno di squadra nella caccia al cinghiale.
Carlo Massetti si preparava dunque a frequentare la prima media. Frequentare non è esatto perché, avendo Collefino soltanto le elementari, i genitori non avevano nessuna intenzione di mandare il loro Carletto a Borgovecchio. Avrebbero dovuto costringerlo ad alzarsi tutte le mattine alle sei per prendere la corriera che l’avrebbe riportato a casa alle sei di sera. Né avevano parenti presso i quali poterlo allogare, né riuscivano a immaginare famiglie adatte dove metterlo a dozzina. Il collegio era escluso perché entrambi i genitori ne serbavano tristi ricordi. Essi erano abbastanza colti da assicurare a Carletto un adeguato insegnamento a casa, sperimentando l’alternativa educazionale che oggi chiamano home schooling.
Carlo si rendeva perfettamente conto di essere un ragazzo fortunato. Gli era capitato di nascere in una serena famiglia borghese, dato che i redditi venivano conseguiti senza affanno, ed erano di tale entità da non far mancare niente in casa e da assicurare un tranquillo avvenire. La sua famiglia peraltro era ben inserita in un gruppo che riuniva la borghesia intellettuale di Collefino. Un gruppo formato, oltre che dal farmacista, dal medico condotto, dal veterinario condotto, dal segretario comunale, dai maestri delle scuole elementari, dal geometra del consorzio di bonifica e da un paio di professori a riposo. Costoro erano animati dalla vitalità, diffusa allora in tutta Italia, propria di chi era da poco uscito dall’incubo della guerra. Il gruppo di cui parliamo aveva fondato il C.L.D. (Circolo Laureati e Diplomati), che organizzava recite, gite, mostre, conferenze, cineforum, cene, danze e quant’altro potesse allietare lo spirito e il corpo, sempre nei limiti dei sani costumi. Anche il parroco partecipava alle attività del C.L.D., con qualche imbarazzo quando venivano organizzate feste da ballo o proiezioni di pellicole con qualche bacio e abbraccio tra innamorati.
Carlo era immerso nelle gioie di quel piccolo mondo e, data l’età, non ne coglieva le piccole crepe e non si rendeva conto che non sarebbe potuto durare a lungo. Quindi, per l’età e per l’ambiente, era nella condizione di poter essere felice, di vivere quello stato di grazia che gli adulti, se hanno avuto la fortuna di provarlo, conservano nel paradiso dei loro ricordi. Un paradiso al quale attingono per alleviare la fatica di vivere. Ma c’era un problema. Carletto era grasso, ai limiti dell’obesità; portava addosso una decina di chili di soprappeso che lo facevano molto somigliare al padre, un omone con un corpo alto centottanta centimetri e pesante almeno cento chili. La maestra Stefania, di media corporatura e di fianchi proporzionati, aveva dovuto soffrire molto per partorire quel suo primo figlio che, proprio per questo, era rimasto l’unico. Carlo sapeva che la madre era una bella donna e, se non gli fosse bastato il proprio senso estetico, glielo avrebbe fatto capire l’intraprendente maestro Gaetano che una volta, non accortosi di avere alle spalle il figlio, aveva sussurrato a Stefania: «Beato tuo marito!» Ma va detto che questo genere di corteggiamento era tollerato dalla bella maestra, sia perché una reazione sdegnata avrebbe messo in pericolo la coesione del gruppo, sia perché l’ambiente era talmente ristretto e i costumi tanto castigati che anche un vago sospetto sarebbe stato considerato da tutti assurdo.
Orbene, il sovrappeso di Carletto, se per i suoi genitori sembrava inesistente, e se era considerato una fortuna dagli anziani del paese, per i quali il grasso equivaleva a benessere e salute, era oggetto di scherno da parte dei coetanei. L’appellativo più frequente che usavano nei suoi confronti era Ciccio Bomba. «Se vuoi giocare a pallone ti facciamo fare solo il portiere, perché sei un Ciccio Bomba e corri troppo piano» gli dicevano i suoi compagni. Carletto inghiottiva e accettava, pur di non isolarsi,  quel ruolo che non piace a nessun ragazzo e solitamente, nelle partitelle, viene assegnato a turno. Ma, se qualcuno ripeteva più di una volta quell’epiteto, Carletto reagiva chiamando in causa la castità di madri e sorelle, e affrontava con coraggio la conseguente rissa. Qualche volta se la cavava bene, perché era un buon incassatore e uno specialista in colpi bassi. Qualche volta trovava chi lo difendeva e lo affiancava, perché i ragazzi sono crudeli, ma hanno un loro senso del limite  e dell’onore.
Così Carlo non riusciva ad afferrare una felicità che era quasi a portata di mano. Avrebbe voluto rimediare perdendo qualche chilo, ma, se provava a contenere la sua voracità, si sentiva infiacchire  e veniva colto dalla paura di ammalarsi. C’era poi il problema delle ragazze, che non erano ancora oggetto delle sue pulsioni, ma delle quali sapeva di dovere sempre più tenere conto. Così rischiava di immalinconirsi e chiudersi in se stesso.
Ma in un bel giorno di quell’autunno del 1950, un camion con rimorchio arrivò a Collefino e scaricò nel campo boario un ammasso di tavole, di sedie e di tessuti. L’autista e il suo aiutante ingaggiarono un paio di operai sul posto. C’è sempre qualche fannullone disposto ad abbandonare il riposo quotidiano, se chiamato a fatiche brevi e prontamente remunerate. L’indomani i quattro cominciarono a montare quello che si rivelò come un  Carro di Tespi, forse l’ultimo dei teatri ambulanti, così denominati, promossi prima della guerra dal Ministero della cultura popolare. La compagnia teatrale sarebbe arrivata un paio di giorni dopo, col treno fino a Borgovecchio e con la corriera dalla stazione ferroviaria a Collefino.
L’arrivo dei commedianti fu già uno spettacolo. Bastava guardare com’erano vestiti,  come si muovevano e come parlavano. Gli uomini avevano i capelli tinti come quelli delle signore ricche di Collefino e quasi tutti portavano al collo una sciarpa lunghissima. Le donne calzavano scarpe non adatte alla polvere e alla buche e sembrava che rischiassero continuamente di cadere. Maschi e femmine salutavano la gente, che li guardava con evidente curiosità, senza manifestare alcun segno di imbarazzo, ma piuttosto come se gradissero di essere oggetto di quell’attenzione. Gli attori raggiunsero le case dove, mancando a Collefino alberghi e locande,  avevano prenotato camere con uso di cucina. Si sarebbero trattenuti quindici giorni per esaurire il loro cartellone, che comprendeva drammi popolari come La cieca di Sorrento, Il fornaretto di Venezia, Le due orfanelle e così via.
Tra i commedianti c’era una ragazza di circa dodici anni, di nome Stella, alla quale i genitori cercavano di procurare un’istruzione, nonostante che la frequenza di una scuola fosse resa impossibile dal girovagare della compagnia. Qualcuno parlò ai genitori di Stella della maestra Stefania e la descrisse come donna di cultura superiore a quella che le poteva derivare dal titolo di studio, e per questo ricercata anche per ripetizioni agli alunni della scuola media. Stefania era abituata  a dare lezioni, perché aveva una grande passione per lo studio e per l’insegnamento. Lo studio le permetteva di progredire nell’insegnamento e l’impegno delle lezioni private la stimolava a studiare. Le sue lezioni, dati i tempi, erano quasi sempre gratuite e i suoi allievi erano, durante l’estate,  seminaristi e villeggianti rimandati a ottobre. Nel resto dell’anno, la maestra Stefania insegnava nelle scuole elementari di Collefino e, la sera,  aiutava qualche studente di scuola media. Ella poteva vantarsi che nessuno studente affidato alle sue cure era stato mai bocciato o rimandato a ottobre. Quindi Stefania, se accettò di dare qualche lezione gratuita alla giovane commediante, fece ciò che tutti si aspettavano, ma dovette ammettere dentro di sé che, in questo caso, provava una particolare curiosità. Pensava che sarebbe stato interessante studiare la personalità di una ragazza che non aveva mai posato il capo, per più di quindici giorni, nello stesso luogo  e, sebbene cresciuta tra gente sveglia, non poteva che aver raccattato un’istruzione frammentaria e sconclusionata.
Fu così che un pomeriggio squillò il campanello della casa del farmacista. Carlo si precipitò ad aprire con la speranza di accogliere la ragazza della quale gli avevano parlato. Era proprio lei, ed era bellissima. Il ragazzo fu quasi tramortito da due occhi verdi che lo fissarono in volto con una forza e una sicurezza che lo impietrirono. Non ebbe nemmeno la forza di abbassare gli occhi o distogliere lo sguardo. Rimase a occhi spalancati e senza parole fino a quando la ragazza sorrise e piegò la testa su un lato con quella mossa che, da che mondo è mondo, serve a ispirare simpatia. Carlo, sebbene si fosse ripreso solo parzialmente, le porse la mano, si presentò e le diede il benvenuto. Gli automatismi inculcati da una buona educazione erano stati utili. La ragazza, accompagnata da Carlo, incedette verso il salotto, dove l’attendeva la maestra Stefania, con passo sicuro ed elegante, proprio quel passo con cui Carlo l’avrebbe poi vista calcare il palcoscenico.
Carlo si rese conto che da quel giorno le ragazze avrebbero rappresentato un problema, anzi, il problema principale.
Stefania accolse la nuova e temporanea allieva con una rapida stretta di mano, perché le venne subito l’impulso di carezzarle fuggevolmente i capelli scuri, che erano piuttosto corti e acconciati con una frangetta un po’ troppo precisa e curata per una ragazzina di quell’età. Con quel gesto di tenerezza voleva mettere Stella  a  suo agio. E la ragazza stette al gioco, manifestando di gradire il gesto con un timido sorriso, molto diverso da quello che aveva incantato Carlo sulla porta di casa.
La prima lezione durò una mezz’ora e il ragazzo, non avendolo la madre congedato, ne fu silenzioso spettatore.  Fu in quello spazio di tempo che prese coscienza che sua madre non era la donna più bella del mondo, o almeno era insidiata da quella ragazza piovuta chissà da dove. Nel contempo assistette a un fenomeno particolare: la voce dell’allieva aveva una strana musicalità, la dizione era perfetta, come quella che poteva conoscere chi ascoltava la radio e andava al cinema, e sua madre affinava progressivamente la propria dizione senza lasciar trapelare se lo facesse per divertimento o per soggezione. Ma è possibile che lo facesse senza rendersene conto. Quasi una gara tra la maestra e l’allieva.
Quando Carlo la riaccompagnò alla porta, Stella lo interrogò: «Ti piacciono i fumetti?» e, senza attendere risposta, «Io  ti posso prestare molti Albi dell’Intrepido, che raccoglie mio zio Ruggero, se tu mi presti quei Topolino che stanno su una mensola, nel salotto di tua madre. Preparali per domani, quando ritorno.»  Carlo fu messo a proprio agio da quella proposta di traffico culturale che gli dava modo di fare amicizia con la ragazza senza doversi lambiccare il cervello per studiare una strategia.
Il giorno seguente ottenne da sua madre, che comprendeva lo stato d’animo del figlio, di partecipare alla lezione al fianco di Stella.  In questa occasione Carlo si rese conto che Stella, molto ignorante nelle materie scolastiche stabilite per la sua età, possedeva un eloquio sciolto, maturo, molto più elegante di quello dei membri del C.L.D., che gli era fino ad allora apparso come la quintessenza dell’intellettualità. Soprattutto,  Stella sapeva affrontare con eleganza e profondità le passioni umane, come l’amore e l’odio, l’eroismo e la viltà. Questi temi erano schivati dai provinciali del C.L.D., che avevano paura di aprire la gabbia a quelle passioni che consideravano bestie selvatiche e feroci. Ma Stella ne parlava con la competenza e l’efficacia che le derivava dalla dimestichezza coi testi dei drammi popolari coi quali si doveva misurare tutti i giorni. Carlo si rese conto che gli attori, aiutati o meno dal talento naturale, non potevano essere in grado di interpretare senza commuoversi, cioè senza comprendere e condividere la passione umana che il personaggio era deputato a esprimere. E tutto ciò, nonostante i difetti, gli eccessi, i vizi e i vezzi degli attori che il ragazzo intuiva, ma senza farsene un problema.
Alla fine della lezione, Carlo, accompagnando Stella alla porta, le offrì i Topolino che gli erano stati richiesti, anche se aveva già notato che la ragazza non aveva portato con sé gli Albi dell’Intrepido. «Vieni a trovarmi stasera dietro al teatro, prima dello spettacolo» disse Stella respingendo garbatamente l’offerta di Carlo. Poi lo salutò con un sorriso smagliante.
Dopo cena, Carlo doveva recarsi con i genitori al Carro di Tespi per lo spettacolo d’esordio. Il C.L.D. aveva sottoscritto un abbonamento collettivo coi posti riservati, perciò si poteva arrivare anche all’ultimo momento. Ma Carlo chiese con tale apprensione il permesso di avviarsi prima, da solo, che i genitori non ebbero il coraggio di ostacolarlo. Così, quasi un’ora prima dell’inizio dello spettacolo, Carlo cominciò a far capolino dallo spigolo di un muro, a giusta distanza per poter vedere quando Stella fosse uscita dal retro del teatro. Trepidò per una mezz’ora, cercando anche di darsi un contegno per non attirare la curiosità dei passanti, quando avvistò la ragazza che entrava e usciva dal teatro. Allora s’incamminò col pacchetto dei giornalini verso un incontro che, con sua grande consolazione, avveniva in luogo pubblico. Così non si sarebbe trovato nell’imbarazzo di un colloquio a quattr’occhi, al quale non si sentiva adatto e preparato, e molti avrebbero potuto notare la sua amicizia con quella splendida ragazza. Se poi l’avesse notata anche qualche suo compagno, magari uno di quelli che non facevano altro che parlare e sparlare di donne, la soddisfazione sarebbe stata grande. «Ma guarda che culo quel Ciccio Bomba! Zitto zitto, ha accalappiato l’attricetta», avrebbe senz’altro detto qualcuno dei più stronzetti… e gli sarebbe scoppiato il fegato.
L’incontro fu breve, ma amichevole e foriero di futuri incontri. «Devo scappare a cambiarmi per lo spettacolo» disse Stella durante lo scambio dei giornalini. «Stasera applaudimi, mi raccomando, poi domani mi porti a fare un giro per il paese. Ciao.»
Quando Stella entrò in scena, nella parte di una delle due orfanelle, Carlo rimase stupito di come la sua amica sembrasse più grande di almeno quattro anni. E, sebbene si spellasse le mani negli applausi, non riuscì a seguire il filo dello spettacolo, tanto era assorto nell’immaginare l’incontro di domani e quelli futuri.
Il giorno seguente fu quello della passeggiata di Stella e Carlo lungo le vie e le piazze di Collefino. Stella ascoltava le parole di Carlo, che le faceva da guida illustrando come poteva le povere cose che offriva il paese, e sorrideva a tutti. Carlo assumeva l’espressione di chi adempie un dovere di ospitalità, salutava chiamando per nome quelli che conosceva meglio e facendo agli altri  un appena percettibile cenno col capo. Inserì nella conversazione qualche aneddoto divertente che riguardava persone viste per strada, anche perché si andava rendendo conto che l’ambiente umano in cui Stella stava crescendo era quello della compagnia teatrale, forse più stimolante, ma molto più ristretto della benché piccola comunità di Collefino. In ogni modo, durante quella passeggiata, nonostante la tensione e l’impegno, Carlo fece esperienza della vera felicità. Il culmine fu quando, passando davanti alla farmacia, gli venne l’idea di entrare con Stella, di infilarsi da solo nel retrobottega, di attirarvi suo padre e di chiedergli cinquanta lire per offrire il gelato alla sua amica. Il farmacista  guardò il figlio simulando una certa severità, ma gli mise in mano un biglietto da cento lire.
Il Caffè Rossetti - Gelateria era l’unico di Collefino e produceva ben cinque gusti di gelato: cioccolato, crema, nocciola, limone e caffè. Nonostante godesse di una posizione di monopolio, la famiglia Rossetti faceva un ottimo gelato e, a detta di tutti, anche un eccellente caffè.  La consumazione dei due enormi coni da venticinque lire, seduti su due sedie davanti al Caffè Rossetti – Gelateria, fu piuttosto lunga, ma tale non parve a Carlo, che provava molto più gusto  a guardare in tralice le facce dei passanti, che a leccare quel trionfo di crema e di cioccolato.
Gli incontri dei due ragazzi continuarono sia in occasione delle lezioni della maestra Stefania, sia fuori del teatro, con scambi di giornalini, sia al bar, con mangiate di enormi gelati, ma anche con bevute di aranciate e di gazzose, fino a quando Stella non invitò Carlo dentro il teatro, per parlare senza gente tra i piedi. Carlo andò, né gli passò per l’anticamera del cervello di rifiutare, ma con uno strano malessere, perché si sentiva inadeguato a una situazione che, per quello che poteva capire, era il sogno di ragazzi e ragazze un po’ più grandi. Se l’invito gli fosse stato rivolto da una ragazzina di Collefino, si sarebbe ben guardato dall’aderire, perché incontri troppo appartati tra coppie di ragazzi, soprattutto se di sessi diversi, rientravano tra le cose severamente proibite e altrettanto severamente punite. Ma Stella, per una suggestione che forse il suo nome suggeriva, appariva a Carlo come una splendida creatura scesa dal cielo, un essere estraneo alla volgarità del piccolo mondo di Collefino e di altri simili posti. Stella era luminosa, non era pudibonda, come molte ragazze del paese, né sfrontata, come altre, né incostante, come altre ancora.
Stella accolse Carlo col suo bel sorriso, gli fece visitare tutto, proprio tutto, il teatro e gliene svelò i segreti. Poi lo fece sedere in una poltroncina in fondo alla piccola platea, salì sul palcoscenico e intonò una canzone accompagnandosi con la chitarra. Mentre Stella, con voce intonata, anche se ancora un po’ infantile, cantava Torna a Surriento,  Carlo, ebbe paura della desolazione in cui sarebbe piombato dopo la partenza di Stella. Sarà stato l’effetto della musica e delle parole di quella canzone, ma  aveva un gran voglia di piangere. Fu solo grazie alla convinzione che i maschi devono trattenere ad ogni costo le lacrime, che, con uno sforzo immane, riuscì a rimanere apparentemente imperturbato. Stella non riuscì a finire la canzone, si andò a sedere vicino al ragazzo. Avrebbe voluto domandargli: «Come sono andata? Si sente bene la mia voce da quaggiù? Pensi che sia pronta per cantare in pubblico?». Ma non ci riuscì. Carlo si accorse che Stella lacrimava e non si scompose fino a quando la ragazza si asciugò le lacrime, si alzò e s’incamminò verso l’uscita.
Arrivò il giorno della partenza della compagnia. La maestra Stefania volle accompagnare la giovane allieva al treno, con un gesto di affetto ma anche di riservatezza. L’addio a Stella sarebbe stato dato alla stazione ferroviaria di Borgovecchio invece che alla partenza della corriera da Collefino. Così il farmacista ingaggiò l’unico noleggiatore di auto del paese. Nel divanetto posteriore della Fiat 1100 del 1939 si accomodarono, si fa per dire, la maestra Stefania, il figlio Carlo e l’allieva Stella. Stefania si mise in mezzo, a evitare una sconveniente contiguità tra i due giovani. Il farmacista si sedette vicino all’autista.
Giunti alla stazione ferroviaria, quando si vide e si sentì arrivare il treno, Carlo lo guardò con la curiosità di un ragazzo che non ha mai visto un treno. Ma subito si sentì preso da un odio feroce per quel mostro di ferro che avrebbe inghiottito Stella e l’avrebbe portata lontano, tanto lontano che non l’avrebbe vista più. Gli occhi, il sorriso, la voce, l’incedere elegante, le parole dolci di quella cara e singolare creatura sarebbero scomparsi per sempre. E lui sarebbe tornato il Ciccio Bomba di prima, deriso  dai compagni e guardato dalle ragazze del paese con disattenzione e magari con una punta di compatimento.
“Maledetto treno!”, andava ripetendo Carlo dentro di sé, mentre gli attori caricavano i bagagli e prendevano posto. Il farmacista, che non aveva perso di vista quel suo unico figlio evidentemente sofferente, gli si avvicinò, gli poggiò una mano sulla spalla e, stringendola appena un po’, gli disse piano: «Il treno te l’ha portata, e il treno te la porta via. Il treno ha avuto la sua parte nel portarti una gioia che non passerà, perché farà parte dei tuoi ricordi.»
A quel punto Stella, richiamata dai suoi, che avevano paura che il treno partisse senza di lei, si precipitò da Carlo, lo abbracciò per la prima e l’ultima volta e, per la prima e l’ultima volta, lo baciò sulla bocca con rapidità e con intensità. Poi, mentre Carlo  si toccava le labbra, cercando di trattenere quella nuova e stupenda sensazione,  Stella fu inghiottita dal treno.


LA FRASCHETTA

La bellezza straordinaria di Elviretta preoccupa la famiglia e agita i cuori.

A
d aprile, dopo aver travasato il vino,  il Pretozzo riaprì la sua fraschetta. Aveva tirato a lustro l’ampio tinaio; le due tine di castagno, una grande per il bianco e una piccola per il rosso, erano state accuratamente lavate dentro e fuori; i tavoli e le panche, con l’aggiunta di qualche sedia impagliata, erano stati disposti a ridosso delle pareti libere, di cui era stata rinnovata la foderatura con carta da pacchi, a salvaguardia delle giubbe degli avventori.
Il Pretozzo aveva una marcia in più rispetto agli altri agricoltori che aprivano fraschette. Una prova era la carta da pacchi invece dei fogli di giornale, un’altra il fissaggio  al muro della carta coi tappi a corona della Birra Peroni trapassati da un chiodo.
Ma quell’anno c’era un’altra novità. Stava per ritornare da Roma Elviretta, l’unica figlia del Pretozzo, che era andata per alcuni anni a vivere con la zia per prendere la licenza media. A scuola la ragazza se l’era presa comoda e il padre aveva dovuto mandare alla sorella polli, patate, uova, formaggi  e ogni altro ben di Dio per sei lunghi anni scolastici.
Quando il Pretozzo, a fine giugno, andò a prendere la figlia alla corriera, rimase un po’ frastornato dall’av-venenza della ragazza diciassettenne, anche se l’aveva vista soltanto tre mesi prima, a Pasqua. Ma questa volta l’emozione paterna era influenzata dal suo proposito di mettere la figlia come aiuto nella fraschetta, lasciando la madre alle mille incombenze della moglie di un coltivatore diretto.
Sarebbe stato opportuno mettere la figlia, giovane  e attraente, sotto lo sguardo degli avventori della fraschetta, tutti maschi, e alla portata delle loro lingue e delle loro mani? Avrebbe dovuto marcarla stretta, ma inevitabil-mente sarebbe rimasta sola in alcune ore della giornata.  E il vino da smaltire era tanto. La vendita si sarebbe protratta fino alla fine di settembre. Tre mesi di ansia.
D’altra parte, la presenza della ragazza, purché ben istruita sul modo di vestire, di parlare e di muoversi per non provocare gli avventori,  poteva essere utile per gli affari della famiglia.
Il Pretozzo imbottì la figlia di prediche e la madre rincarò la dose, e, dopo qualche giorno, Elviretta fece il suo ingresso nella fraschetta. L’avevano fatta vestire con un abito più che modesto e, per giunta, le avevano fatto indossare un grembiule grigio da cantiniera.
Il Pretozzo dovette rendersi conto che gli uomini, quando la bellezza femminile esorbita  dalla normalità, non hanno bisogno di essere attratti dagli abiti, dal trucco e dalle movenze. Giovani e vecchi sono colti da una specie di follia collettiva.
Il vecchio poeta, che non manca mai tra gli avventori di una fraschetta, non riuscì a trattenersi dal dedicarle un’ottava:

Dal giorno che Elviretta è qui presente
ad allietare tutti gli avventori
mostrando una bellezza sconvolgente,
è finita la pace in tutti i cuori.
Se ognuno confidasse ciò che sente,
tutti il Pretozzo metterebbe fuori.
Perciò meglio è star zitti e riservati…
anche se siamo tutti innamorati.



Il Pretozzo non era presente quando il poeta cantò l’ottava, ma lo venne a sapere e meditò seriamente di ritirare la figlia dalla fraschetta. Però il conflitto tra la responsabilità di padre e l’interesse economico non durò a lungo, perché il vino fu esaurito prima di Ferragosto.


 
ERASMO DA ROTTERDAM – Elogio della Follia – (Tradotto dal latino e condensato da P.L. Leoni in lingua italiana corrente)


                                 I

LA FOLLIA ESORDISCE E SPIEGA COME IMPOSTERÀ IL SUO DISCORSO

Checché se ne dica, ecco la prova decisiva che io sola, la Follia, sono in grado di tenere allegro il genere umano. Infatti, non appena mi sono presentata a questa affollatissima assemblea, con indosso la divisa variopinta dei buffoni e sul capo il classico berretto a sonagli, i vostri volti si sono illuminati e mi avete applaudito con entusiasmo, dimenticando  le vostre angosce. È bastata la mia presenza.
Fra poco capirete perché sono venuta qui oggi, folleggiando anche nel vestire. Ma dovete seguirmi con ben altra attenzione di quella che riservate in chiesa ai predicatori, o in teatro agli attori, o in piazza ai ciarlatani.
M’ispirerò all’antico genere encomiastico  e quindi ascolterete un elogio, ma non quello di un personaggio famoso, bensì il mio: l’elogio della Follia. Né mi curo dei sapientoni che dànno del pazzoide a chi si loda svisceratamente da sé. Che c’è di più coerente della Follia che canta le proprie lodi? Chi mi conosce meglio di me? E non è meglio lodarsi che farsi lodare dagli altri, magari in cambio di qualcosa? E poi, se nessuno mi loda, perché non dovrei lodarmi da me?
Si sa che la gente è ingrata. Tutti mi corteggiano e si servono di me, ma nessuno ha il coraggio di fare un bell’elogio della Follia.
Ebbene, aspettatevi da me un discorso estemporaneo, non elaborato, perché mi piace dire quel che mi salta in mente. Non faccio come quegli oratori che fanno finta di parlare a braccio, mentre si sono scervellati per ore a preparare il loro discorso.
Perciò non vi annoierò con la definizione di me stessa. Perché dovrei indicare i miei limiti se il mio potere è sconfinato? Una definizione di me non potrebbe che essere riduttiva e non farebbe che offuscare un’immagine che avete sempre chiarissima davanti agli occhi.
Il mio volto non vi basta a capire che sono un’autentica dispensatrice di beni? Non vedete il mio sguardo, che è lo specchio del mio animo? Io non riesco a mostrare in volto una cosa, mentre ne ho un’altra nel cuore.

II

È LA FOLLIA CHE GARANTISCE LA CONTINUITÀ DEL GENERE UMANO

Orbene, che cosa può esserci di più dolce e prezioso della vita? Ma a chi, se non a me, va il merito della sua riproduzione?
Posso essere più esplicita, secondo il mio costume? È forse con la testa, col volto, col cuore, con le mani, con le orecchie (parti che tutte si possono nominare con decoro) che si generano gli esseri umani? No davvero! Propagatrice del genere umano è quella parte così buffa che non si può nominare senza ridere. E, ditemi, quale uomo porgerebbe il collo al capestro del matrimonio se prima ne considerasse gli svantaggi? Quale donna accosterebbe un uomo, se conoscesse e avesse in mente i pericolosi travagli del parto e i fastidi di allevare i figli? Perciò, se dovete la vita al matrimonio, cercate di capire quello che dovete a me. D’altra parte quale donna dopo la prima esperienza vorrebbe riprovarci, se non ci fosse il mio aiuto?
È così che sono nati anche i grandi filosofi (ai quali adesso sono subentrati i teologi),  i re, i santi e i papi, che sono i più santi di tutti, tanto che già da vivi si fanno chiamare «santità».

III

LA FOLLIA RENDE PIACEVOLE LA VITA CHE ALTRIMENTI SAREBBE INSOPPORTABILE

Ma non solo la riproduzione della vita, anche tutto quello che nella vita vi è di piacevole, lo si deve a me.
Se togliete il piacere alla vita, che rimane?
E non fatevi confondere da quelli che predicano contro il piacere. Fanno finta, per distoglierne gli altri e tenerselo tutto per sé.
Ditemi voi, quale momento della vita non sarebbe triste, difficile, brutto, insipido, tedioso senza il piacere, cioè senza un pizzico di follia?
Tanto per cominciare, chi non sa che l’infanzia è la più lieta e gradevole delle età dell’uomo? Che cos’hanno i bambini per indurci a baciarli e a vezzeggiarli? Che cosa, se non quella grazia che la natura provvidamente infonde nei neonati in modo che possano conciliarsi la simpatia di chi li deve accudire e proteggere?
E l’adolescenza non piace a tutti? Non è forse merito mio se gli adolescenti sono così privi di senno e perciò sono sempre di buonumore? Ma va detto che gli adolescenti, con l’esperienza e l’educazione, rapidamente maturano e vien meno il loro  fascino. Più si allontanano da me e meno vivono felici.
Fino a che non sopraggiunge la penosa vecchiaia. Tanto penosa che nessuno riuscirebbe a sopportarla se, ancora una volta, impietosita da tanto soffrire, io non venissi in aiuto e non riportassi all’infanzia quanti sono prossimi alla tomba. Tanto è vero che il volgo li chiama rimbambiti, cioè bambini di ritorno.
Volete sapere come opero questo prodigio? Non ne faccio misteri. Li faccio bere alla fonte dell’oblio. Così dimenticano le tristi esperienze della vita e tornano a essere felici  come bambini.
Grazie a me dicono cose senza senso, come i bambini. Ma è proprio questo che li rende piacevoli. Sono infatti liberi dagli affanni dell’età matura, non avvertono il tedio della vita. Così riscuotono la simpatia degli amici, che gradiscono la loro compagnia. Sono addirittura più simpatici dei bambini, che non sono in grado di sostenere una piacevole conversazione.
Considerate inoltre che ai vecchi piacciono moltissimo i bambini, e ai bambini i vecchi, poiché ogni simile ama il suo simile. In che differiscono se non nelle rughe e negli anni, che nel vecchio sono di più? Per il resto: capelli radi e sbiaditi, bocca senza denti, corporatura ridotta, desiderio di latte, garrulità, mancanza di senno, smemoratezza, irriflessione. E più invecchiano più somigliano ai bambini, finché, come bambini, senza il tedio della vita, senza il senso della morte, lasciano la vita.
Se gli esseri umani si guardassero dalla saggezza e vivessero sempre sotto la mia protezione, la vecchiaia nemmeno ci sarebbe, ma solo un’eterna giovinezza.
Non vi accorgete che gli uomini seri, cogitabondi, impegnati in faccende complicate, consumano la loro linfa vitale?
Soltanto io sono in grado di prolungare la giovinezza, altrimenti fuggevolissima. Quelli del Brabante sono famosi perché si dice che, mentre altrove la maturità è l’età della saggezza, essi più invecchiano e più diventano matti. Non c’è infatti popolazione più gioconda di quella. Ma anche i miei connazionali Olandesi, vicini al Brabante sia geograficamente che nei costumi, si sono ben meritati il soprannome di matti, e ne vanno fieri.
Vadano pure gl’imbecilli a cercare rimedi all’invecchiamento. Solo io possiedo la formula che risuscita la giovinezza svanita, anzi la mantiene per sempre.

IV

ASTUTAMENTE LA FOLLIA HA AFFIANCATO ALL’UOMO L’ESSERE PIÙ FOLLE CHE CI SIA: LA DONNA

Guardate con quanta previdenza la natura ebbe cura di spargere dappertutto un pizzico di follia. Se infatti, secondo i filosofi, la saggezza consiste nel farsi guidare dalla ragione, mentre la follia consiste nel farsi trascinare dalla passioni, proprio come rimedio al tarlo del pensiero la natura infuse nell’essere umano più passioni che ragione.
Confinò la ragione in un angolo della testa, lasciando il resto del corpo ai turbamenti delle passioni. Così l’ira occupa il torace e la concupiscenza estende il suo dominio fino al basso ventre. Quanto possa la ragione contro queste due fiere avversarie ce lo dice la condotta abituale degli uomini. La ragione protesta fino a sgolarsi ed enuncia i princípi morali; ma quelle passioni la subissano di grida potenti finché lei è costretta a dichiararsi vinta.
Ma la mia trovata più brillante è stata quella di aver affiancato all’uomo un animale deliziosamente spassoso che addolcisce, con un pizzico di follia, la gravità del temperamento maschile. Quando Platone, infatti, sembra in dubbio circa la collocazione della donna, se fra gli animali razionali o fra i bruti, vuole solo sottolineare la straordinaria follia di questo sesso. E se per caso una donna vuole passare per saggia, ottiene solo di essere due volte folle. Come la scimmia è sempre scimmia, anche se si veste con abiti preziosi, così le donne sono sempre donne, cioè folli, comunque si mascherino.
Ma  non così folli, voglio sperare, da aversene  a male perché perfino io, la Follia in persona, le giudico folli. La donne, infatti, se ci pensassero bene, considererebbero  un dono della Follia il fatto di essere, sotto molti aspetti, più fortunate degli uomini.
In primo luogo, hanno il dono della bellezza, che giustamente mettono al disopra di tutto, contando su di essa per tiranneggiare gli stessi tiranni. Quanto all’uomo, di dove gli viene, se non dal senno, l’aspetto rude, la pelle ruvida, la barba folta, e un certo che di senile? Le donne, invece, con le guance sempre lisce, con la voce sempre sottile, con la pelle morbida, danno quasi l’impressione d’una eterna giovinezza. Ma che altro desiderano poi in questa vita, se non di piacere agli uomini quanto più è possibile? Non mirano forse a questo belletti, bagni, acconciature, unguenti, profumi, nonché tante arti volte ad abbellire, dipingere, truccare il volto, gli occhi, la pelle? C’è forse qualche altro motivo che le faccia apprezzare dagli uomini più della follia? In cambio di che, se non del piacere, gli uomini concedono tanto alle donne? Ma il piacere viene proprio dalla loro follia. Pensate a tutte le sciocchezze che un uomo dice quando parla con una donna, a tutte le stupidaggini che fa ogni volta che si mette in testa di ottenerne i favori.


V

QUANDO NEGLI UOMINI CALA L’INTERESSE  PER LA DONNA, LA FOLLIA METTE A DISPOSIZIONE I PIACERI DEI BAGORDI

Vi sono uomini, specialmente anziani, che alle donne preferiscono il bere e provano il massimo piacere nel banchettare. Ma anche nei banchetti, perché riescano bene, c’è bisogno della follia. Infatti, se nella comitiva non c’è qualcuno capace di far ridere, s’invita qualcun altro che, con la sua amenità, garantisca che il banchetto non si trascini nel silenzio e nella noia. A che scopo, infatti, riempirsi il ventre di ghiottonerie e di vino se anche gli occhi, le orecchie e l’anima intera non si nutrissero di risa, di scherzi, di facezie? Ma cibi del genere solo io posso ammannirli.

VI

ANCHE L’AMICIZIA SAREBBE IMPOSSIBILE SENZA L’INTERVENTO DELLA FOLLIA

Ci sarà pure chi trascuri piaceri del genere e si ritenga soddisfatto dell’amore e della familiarità degli amici, affermando che l’amicizia vale più di tutto. E considerano l’amicizia un bene non meno necessario dell’aria, del fuoco, dell’acqua; tanto soave che se togli l’amicizia togli il sole. Ma che succede se dimostro che anche di questo bene così grande sono io il motore? Ve lo dimostro alla buona, senza sottigliezze dialettiche, ma facendovelo toccare con mano.
Ebbene, chiudere gli occhi davanti ai difetti degli amici e amarne come qualità alcuni vizi evidenti non ha niente a che fare con la follia? Eppure così avviene tra i comuni mortali. Quanto a quelli che si ritengono superiori, tra loro l’amicizia non nasce affatto o è qualcosa di cupo e  scostante.


VII

MA IL CAPOLAVORO DELLA FOLLIA È IL MATRIMONIO

Quanto si è detto dell’amicizia a maggior ragione vale per il matrimonio. Quanti divorzi in più, e quanti fatti ancora peggiori si verificherebbero se la convivenza non si corroborasse con le adulazioni, le indulgenze e le dissimulazioni: tutte cose che hanno a che fare con me. Quanti matrimoni si celebrerebbero se il fidanzato prudentemente s’informasse dei passatempi a cui già molto prima delle nozze si dedicava la sua verginella così delicata e apparentemente pudica? E, a celebrazione avvenuta, quanti ne durerebbero, se tante imprese delle mogli non rimanessero ignorate per la negligenza e l’ingenuità dei mariti? Vale a dire che giustamente è merito della Follia se il marito ama la moglie e la moglie il marito, e se in casa regna la pace e il vincolo tiene.
Si ride del cornuto, del becco (quanti nomi non gli si danno!) quando asciuga con i baci le lacrime dell’adultera. Ma quanto è meglio lasciarsi ingannare così che rodersi di gelosia e volgere tutto in tragedia!
Insomma, senza di me nessun legame familiare, ma anche nessun altro legame potrebbe durare felicemente. Il popolo si stancherebbe del governo, il dipendente del datore di lavoro, il locatore dell’inquilino, l’ospite dell’ospite ecc. Per fortuna,  io li induco a ingannarsi a vicenda, ad adularsi, a far finta di non vedere.
Pensate che esagero, ma ne sentirete ancora delle belle.


VIII

L’AMOR PROPRIO È UN ALTRO DONO DELLA FOLLIA

Chi odia se stesso come può amare gli altri? Chi non è in pace con se stesso, come può stare in pace con gli altri? Nessuno lo potrebbe affermare se non fosse più folle di me. La Natura, infatti, in molte cose più matrigna che madre, ha posto nell’animo dei mortali un tarlo: lo scontento di sé e l’ammirazione per gli altri. Ma intervengo io e instillo l’amor proprio e l’ammirazione di se stessi, che è il colmo della follia.
Ma se togliessi all’uomo l’amor proprio, suonerebbero fredde le parole dell’oratore, il musicista annoierebbe, l’attore sarebbe fischiato, il poeta sarebbe sbeffeggiato, il pittore sarebbe ritenuto un imbrattatele  e il medico farebbe la fame.
Se vuoi essere accettato, devi accettare te stesso; e devi essere il primo a lodarti, e non senza una punta di adulazione.
Quanto a me, mi prodigo affinché nessuno sia scontento del proprio aspetto, carattere, schiatta, posizione, educazione e patria; tanto che né un irlandese si cambierebbe con un italiano, né un tracio con un ateniese, né uno scita con un abitante delle Isole Fortunate. Infatti, dove è avara la natura supplisce l’amor proprio.


IX

PERCHÉ GLI UOMINI DOVREBBERO FARSI LA GUERRA SE NON VE LI SPINGESSE LA FOLLIA?

Aggiungo ora che non si può intraprendere nulla di grande senza il mio aiuto. A me si deve l’invenzione di ogni nobile arte. Non è forse la guerra una nobile arte? Non è il coronamento di ogni celebre impresa? Eppure che c’è di più folle  dell’impegnarsi, per non so quali cause, in un confronto da cui, immancabilmente, ognuna delle due parti trae più danno che guadagno? Dei caduti, poi, poco si parla. Quando le schiere in armi si fronteggiano e le trombe intonano il loro suono rauco, non servono certo i sapienti logorati dagli studi, col loro poco sangue privo di calore  e che a malapena tirano il fiato. C’è bisogno di gente ben piantata; con moltissima audacia e pochissimo cervello.
È vero che la prudenza ha un grande peso in guerra; ma solo a livello di chi comanda. E poi si tratta di prudenza militare, non filosofica. Per il resto la guerra è affidata a parassiti, ruffiani, briganti, sicari, contadini, imbecilli, debitori e altri rifiuti del genere; non a filosofi da tavolino.

X

NON VI È NIENTE DI PIÙ INUTILE DEL FILOSOFO, NEMICO DELLA FOLLIA

Quanto all’inutilità dei filosofi è buon testimone lo stesso Socrate,  che  meglio avrebbe fatto a consigliare di tenersi lontani dalla sapienza, se si vuol vivere da uomini. D’altra parte, quando fu processato, che cosa se non la sapienza lo costrinse a bere la cicuta? Infatti mentre andava filosofando d’idee e di nuvole, mentre misurava il salto delle pulci, mentre ammirava la voce delle zanzare, non imparava nulla di ciò che riguarda la vita di tutti i giorni. In aiuto del maestro, sull’orlo di una condanna capitale, interviene il discepolo Platone, difensore così egregio che, turbato dal rumoreggiare della folla, a malapena riesce a pronunciare qualche frase smozzicata.
Nonostante ciò, si esalta il detto di Platone che fortunati saranno gli Stati se a reggerli saranno chiamati i filosofi, o se i reggitori si daranno alla filosofia. Se invece studi la storia, ti accorgi che non c’è peggior sciagura che concentrare il potere nelle mani di un filosofo o di un letterato.
Comunque, se i filosofi fossero asini solo riguardo alla politica, ci potremmo accontentare; il guaio è che sono altrettanto incapaci in ogni altra occasione della vita. Invita a pranzo un filosofo: disturberà col suo cupo silenzio o romperà le scatole con noiose questioncelle. Portalo a uno spettacolo: guasterà con la sua faccia il divertimento della gente. Se c’è da sbrigare un affare ordinario della vita, si comporta come un pezzo di legno. A tal punto è incapace di rendersi utile a se stesso, ai suoi e alla società, perché inesperto delle faccende usuali e delle accettate consuetudini, che si fa odiare. Egli non è in sintonia con un mondo che trabocca di follia, quindi è meglio che si ritiri in un deserto a godere della propria saggezza.

XI

È LA FOLLIA, NON LA FILOSOFIA, CHE TIENE UNITI I POPOLI

Ma, per tornare al fenomeno prezioso dell’adulazione, cos’altro raggruppò nella città gli uomini primitivi e conservò la coesione delle comunità? Cosa mai riportò alla concordia cittadina la plebe romana che già stava per spingersi ad atti irreparabili? Forse un discorso filosofico? Nemmeno per sogno! Al contrario, fu il ridicolo e puerile apologo del ventre e delle altre membra. E la storia è piena di simili sciocchezze che fanno presa su quella grossa e potente bestia che è il popolo.
Viceversa, quale città ha fatto sue le leggi dei filosofi? Sono io che tengo uniti i popoli. Che c’è infatti di più folle di un candidato che lusinga il popolo in tono supplichevole, che compra i voti, che va in cerca degli applausi di tanti stolti, che si compiace delle acclamazioni, che si fa portare in trionfo?
Eppure questa follia genera gli Stati; su di essa poggiano i governi, le magistrature, la religione, le assemblee, i tribunali. La vita umana non è altro che un gioco della Follia.

XII

SENZA LA FOLLIA NON VI SAREBBE LA SAGGEZZA

Quanto alle arti, cosa mai se non la sete di gloria ha suscitato nell’animo umano la brama d’inventare e tramandare ai posteri tante discipline ritenute nobili? Furono uomini davvero folli quelli che hanno creduto valesse la pena di conquistare a prezzo di tante faticose veglie quella fama di cui niente può essere più vano. Ma intanto dovete alla Follia tante cose egregie della vita, e, ciò che soprattutto conta, dovete alla Follia altrui il vostro sollazzo.
Non stupitevi adesso se, dopo essermi attribuita tanti meriti, rivendicherò anche la saggezza. Qualcuno potrebbe dire che è come mettere insieme l’acqua col fuoco. Però, se mi prestate attenzione, riuscirò a dimostrarvelo. Dunque, se la saggezza si fonda sull’esperienza, chi meglio può fregiarsi del titolo di saggio? Forse il sapiente che, per modestia o per timidezza, nulla intraprende, o il folle, che non teme né il pericolo né le difficoltà? Il sapiente si rifugia nei libri e ne ricava solo masturbazioni mentali. Il folle prende di petto le situazioni, ne affronta i rischi e così  acquista la saggezza. Infatti sono due i principali ostacoli alla conoscenza della realtà: la vergogna, che annebbia  l’animo, e la paura, che blocca l’azione. La Follia libera da entrambe.


XIII

La Follia concilia gli opposti e rende possibile agli esseri umani recitare la commedia della vita

State adesso a sentire quanto sono lontani dal vero i sapienti, che sono fissati con l’inconciliabilità degli opposti: vita e morte, bellezza e bruttezza, ricchezza e miseria, gloria e infamia, cultura e ignoranza, forza e debolezza, generosità e abiezione, letizia e malinconia, prosperità e miseria, amicizia e inimicizia, salutare e nocivo.
Io vi dimostro che gli opposti non solo possono stare insieme, ma la loro  coesistenza è alla base della commedia della vita.
Se uno strappasse la maschera agli attori che sulla scena rappresentano un dramma, mostrando agli spettatori la loro autentica faccia, forse che costui non rovinerebbe lo spettacolo meritando di esser preso da tutti a sassate e cacciato dal teatro come un pazzo furioso? Di colpo tutto muterebbe aspetto. Dissipare l’illusione significa togliere senso all’intero dramma, poiché a tenere avvinti gli sguardi degli spettatori è proprio la finzione, il trucco. L’intera vita umana non è altro che uno spettacolo in cui, chi con una maschera, chi con un’altra, ognuno recita la propria parte finché, a un cenno del capocomico, abbandona la scena. Costui, tuttavia, spesso lo fa recitare in parti diverse, in modo che chi prima si presentava come un re ammantato di porpora, compare poi nei cenci di un povero schiavo. Certo, si tratta di una metafora; ma la commedia umana si svolge proprio così.
Se un saggio disceso dal cielo si mettesse a gridare improvvisamente che il personaggio a cui tutti guardano come a un dio non è neppure un uomo, perché come le bestie si lascia dominare dalle passioni; e, se ad un altro che piange il padre morto ordinasse di ridere perché il padre, finalmente, ha cominciato a vivere, dato che questa vita altro non è che morte; e se desse del bastardo a un terzo che mena vanto di una nobile nascita, ma che è ben lontano dalla virtù, unica fonte di nobiltà; se allo stesso modo parlasse di tutti gli altri, non agirebbe costui proprio in modo da sembrare a tutti matto da legare? Infatti non vi è nulla di più stolto di una saggezza inopportuna. La vera saggezza sta nel fare buon viso all’andazzo generale. Ammetto che questa è follia, ma si riconosca che è così che si recita la commedia della vita.

XIV

LA FOLLIA È ALLA BASE DELLA VERA SAPIENZA

Adesso la devo dire ancora più grossa. Vi voglio dimostrare che nessuno, senza la follia,  può accedere alla vera sapienza, quella che è considerata il massimo della felicità.
Cominciamo col dire che è pacifico che tutte le passioni rientrano nella sfera della follia: ciò che distingue il savio dal pazzo è che questi si fa guidare dalle passioni, mentre il primo ha per guida la ragione. Tuttavia questi elementi emotivi, non solo assolvono la funzione di guide per chi scala il monte della sapienza, ma spronano e stimolano a conquistare la vetta.
Sbaglia Seneca quando afferma che il vero sapiente è immune dalle passioni. Un essere così non esisterà mai. Se esistesse un uomo incapace d’amore e di pietà, sordo a ogni naturale richiamo, un uomo che non sbaglia mai e nulla perdona, contento solo di sé, quest’uomo sarebbe da rifuggire come un mostro.
Un uomo siffatto quale città lo eleggerebbe come capo? Quale donna sopporterebbe un simile marito? Quale comitiva un simile convitato? Quale servo un simile padrone? Chi non preferirebbe uno normalmente matto, gentile con la moglie, gradito agli amici, buon commensale; uno con cui si stia bene insieme e che, in sintesi,  non ritenga estraneo a sé niente di ciò che è umano?
Ma ora basta con i sapienti, parliamo di cose più serie.

XV

LA FOLLIA PROCURA LE ILLUSIONI CHE SALVANO DALLA DISPERAZIONE

Supponiamo che uno possa salire tanto in alto da vedere quante avversità minaccino la vita, quanto infelice e miserabile sia la nascita, quanto faticosa l’educazione, e tutte le offese cui va incontro la fanciullezza, tutti gli affanni della gioventù, e com’è pesante la vecchiaia, come amara la morte; tutta la schiera delle malattie e degli altri guai; nulla mai che sia immune da un amaro veleno; per non dire di quei mali che l’uomo subisce dall’uomo, come la povertà, la prigionia, l’infamia, la vergogna, la tortura, le insidie, il tradimento, le ingiurie, i processi, le frodi. Di fronte a tanta sconfinata infelicità egli si dispererebbe. È per questo che proprio gli uomini più consapevoli della condizione umana sono più propensi al suicidio. Ma sarebbero guai se tale consapevolezza si diffondesse.
Io invece,  puntando un po’ sull’ignoranza, un po’ sulla spensieratezza, un po’ sulla debolezza della memoria, riesco a ottenere che  proprio chi ha meno motivi di restare in vita, ama di più vivere e non è sfiorato dal tedio della vita.
Si deve a me se si vedono in giro tanti vecchi svaniti, sdentati, curvi, miseri, rugosi, senza capelli, senza denti, lascivi, ma a tal segno amanti della vita e tanto inclini a fare i giovinetti, che si tingono i capelli, nascondono la calvizie con il parrucchino e ostentano smaglianti dentiere. E c’è tra loro chi si strugge d’amore per una fanciulla e combina sciocchezze più di un ragazzino. Ed è ormai frequente che vecchi rammolliti, già sull’orlo della fossa,  sposino giovinette, anche se povere  e destinate a fare la gioia di altri.
E non vi è nulla di più spassoso di certe vecchie, praticamente già morte tanto sono messe male, che hanno sempre sulle labbra il ritornello: la vita è bella; fanno le vezzose, si profumano, s’imbellettano, stanno sempre allo specchio, si radono le parti intime, ostentano le tette avvizzite, sollecitano con tremuli mugolii il desiderio che vien meno, bevono, si inseriscono nelle danze delle fanciulle, scrivono bigliettini amorosi. Sono cose di cui tutti ridono come di indubbie follie; e hanno ragione: Ma loro, le vecchie, per merito mio, sono felici.
Ai miei pazzi non importa proprio nulla della riprovazione degli altri. Sono tanto impegnati ad applaudirsi che non s’accorgono dei fischi.
I filosofi sostengono che l’uomo è infelice se vive nell’ignoranza, se s’inganna, se è prigioniero della follia. Ma essere uomo è appunto questo. Nessuno è infelice quand’è in armonia con la propria natura. Mica possiamo compiangere l’uomo perché non può volare come gli uccelli, né camminare a quattro zampe come gli altri mammiferi, o perché, a differenza dei tori, non è dotato di corna? Né compiangeremmo un bel cavallo perché non sa di grammatica. In realtà, come non è infelice il cavallo che ignora la grammatica, così non è infelice l’uomo per la sua follia, che è conforme alla sua natura.


XVI

LA SCIENZA È UNA CALAMITÀ PERCHÉ VUOL FARE A MENO DELLA FOLLIA

Ma gli esperti del ragionamento tortuoso non si danno per vinti. È dono peculiare dell’uomo, dicono,  la conoscenza scientifica, che gli serve per compensare con l’ingegno ciò che la natura gli ha negato. Come se fosse verosimile che la natura, così sollecita nei confronti delle zanzare e perfino delle erbette e dei fiorellini, fosse stata leggera solo nella creazione dell’uomo, rendendogli necessarie quelle scienze  inadatte a renderlo felice. Le scienze dunque sono penetrate fra gli uomini, insieme alle altre calamità della vita mortale, per opera di coloro da cui partono tutti i malanni, i demoni del male.
La gente semplice dell’età dell’oro, del tutto priva di dottrina, viveva sotto l’unica guida della natura e dell’istinto. Che bisogno c’era della grammatica, quando tutti parlavano la stessa lingua e si cercava solo di capirsi l’un l’altro? A che la dialettica, se non c’era contrasto di opposte posizioni? A che la retorica, se nessuno intentava cause al prossimo? E che bisogno c’era della giurisprudenza, se non c’erano quei cattivi costumi che, senza dubbio, hanno fatto nascere le buone leggi? Erano troppo religiosi per scrutare con empia curiosità i misteri della natura, la grandezza, i moti, gl’influssi delle stelle, le cause riposte delle cose, giudicando vietato ai mortali il tentativo di conoscere più di quanto era loro concesso.
Non passava loro per la mente lo stolto desiderio di andare a cercare cosa ci fosse di là dal cielo.  Col graduale esaurirsi dell’età dell’oro, dapprima, come ho detto, dai demoni del male furono inventate le scienze, ma poche, e limitate a pochi. Poi misero becco i Caldei, con la loro superstizione, e quei perdigiorno dei Greci, con le loro disquisizioni. Basterebbe la  grammatica a rovinare una vita intera.

XVII

LE SCIENZE PIÙ UTILI A CHI LE PRATICA SONO QUELLE PIÙ VICINE ALLA FOLLIA

Tuttavia, tra tutte le scienze, le più utili a chi le pratica sono quelle più vicine alla follia. I teologi fanno la fame, i fisici soffrono il freddo, gli astrologi sono derisi, i dialettici non contano nulla, mentre un medico fa più fortuna di cento di loro messi insieme. Più è ignorante, avventato, leggero, tanto più ha successo. La medicina, infatti, si riduce, per lo più, a lisciare il paziente. Il secondo posto, con un brevissimo stacco, spetta ai legulei; la loro professione è irrisa per lo più dai filosofi, fra il generale consenso, come un’arte da asini. Tuttavia questi asini fanno grandi affari. Le loro proprietà crescono continuamente, mentre il teologo, dopo aver scandagliato tutti gli aspetti della divinità, rosicchia lupini, impegnato nella guerra continua con cimici e pidocchi.

XVIII

MA È VERAMENTE FELICE SOLO CHI SI TIENE LONTANO DA OGNI SCIENZA

Se è fortunato chi si dedica alle scienze più affini alla follia, è ancora più fortunato chi si mantiene aderente alla natura rifuggendo da ogni scienza e dalla relativa applicazione.
Non vedete che, tra le specie animali, se la passano meglio di tutte quelle che hanno come guida la natura? Guardate le api: che c’è di più felice e più mirabile? Non hanno neppure tutti i sensi. Ma quale architetto potrebbe avvicinarsi alla perfezione delle loro costruzioni? Quale filosofo ha mai concepito una repubblica come la loro? Invece il cavallo è più vicino all’uomo dal punto di vita dei sensi e, diventatone compagno, è anche vittima delle umane calamità. Gli capita di sfiancarsi nella corsa per la vergogna di perdere la gara; in guerra rischia la pelle e morde la polvere come il cavaliere. Per non parlare del morso, degli sproni appuntiti e della stalla, dove è prigioniero, del frustino, delle redini, del cavaliere, insomma della schiavitù cui si è assoggettato nel tentativo di fare l’eroe. È più invidiabile la sorte delle mosche e degli uccellini, che vivono alla giornata obbedendo solo all’istinto; sempre che lo consentano le insidie degli esseri umani. Perdono infatti il loro naturale splendore gli uccelli chiusi in gabbia e ammaestrati a imitare la voce umana. Il prodotto della natura è insomma ben migliore di quello che l’intervento dell’uomo ha adulterato.
E tra gli uomini antepongo, sotto tutti i punti di vista, i semplici ai dotti e i piccoli ai grandi.
È proprio vero che i più lontani dalla felicità sono, tra i mortali, quelli che aspirano alla sapienza. Doppiamente stolti, perché hanno dimenticato la loro condizione di uomini e sfidano la natura con ordigni costruiti dalla loro perizia. I meno infelici sembrano quelli che rimangono più vicini alla semplicità degli animali.

XIX

COMUNQUE, I PIÙ FELICI DI TUTTI SONO I MATTI

Chi è più felice, tra gli esseri umani, di coloro che volgarmente sono considerati stolti, sciocchi, scimuniti? Tutti appellativi, a mio parere, onorevolissimi.
Essi non hanno paura della morte. Non è mica cosa da poco! Non li tormentano rimorsi di coscienza; non li turbano le storie sugli spiriti dei defunti; non hanno paura delle apparizioni; non si angustiano per il timore di mali incombenti; non stanno in ansia per il futuro. Ignorano la vergogna, il timore, l’ambizione, l’invidia, l’amore. Peraltro più sono vicini alla stupidità degli animali e più sono immuni dal peccato, come garantiscono i teologi.
Cari sciocchissimi saggi, fate la somma degli affanni che vi tormentano notte e giorno e riconoscete quanti mali risparmio ai miei folli.  Non solo essi  vivono in perpetua letizia, scherzando, canterellando, ridendo, ma offrono anche a tutti gli altri motivi di piacere, scherzo, divertimento e riso, come se la benevolenza divina proprio a questo li avesse votati: a rallegrare la tristezza della vita umana. Così, mentre gli esseri umani provano, caso per caso, sentimenti diversi verso i loro simili, nei confronti di questi pazzi nutrono sempre sentimenti amichevoli: li vanno a cercare, li nutrono, li soccorrono, non tenendo in nessun conto quanto possano dire o fare. Nessuno desidera far loro del male. Persino le bestie feroci li risparmiano, istintivamente consapevoli della loro innocenza. Per questo sono a me particolarmente cari, e da tutti onorati.
Gli uomini potenti si dilettano di questi pazzi e non ne possono fare a meno. Di gran lunga li preferiscono ai filosofi austeri, anche se foraggiano costoro per ragioni di prestigio. E si capisce benissimo perché preferiscono i pazzerelli. Perché i saggi portano tristezza e talvolta, addirittura, confidando nella propria dottrina, osano sfiorare le orecchie delicate dei potenti con qualche scomoda verità. I buffoni invece offrono ai potenti ciò che desiderano con tutta l’anima: passatempi, scherzi, risate e sollazzi.
Il folle porta scritto in faccia, e traduce in parole, tutto quanto ha nel cuore. I saggi, invece, hanno due linguaggi: quello della verità e quello dell’opportunismo. È loro caratteristica mutare il nero in bianco, avendo in fondo al cuore tutt’altro da quello che dicono nei loro discorsi artefatti.
Si potrebbe osservare che le orecchie dei potenti detestano la verità e proprio per questo evitano i saggi, nel timore che a qualcuno di essi possano sfuggire cose vere ma sgradevoli. Ciò va a vantaggio dei miei folli: da loro i potenti ascoltano con piacere, non solo la verità, ma anche vere e proprie insolenze che, se le dicesse un sapiente, gli frutterebbero la morte; dette invece da un buffone, fanno ridere. Ma questo è un dono che ho riservato solo ai folli.
Si capisce anche perché le donne, più inclini per natura al divertimento e alle frivolezze, si trovano di solito tanto bene coi pazzerelli. Così, qualsiasi cosa essi facciano (magari, a volte, cose fin troppo serie) le donne le volgono in gioco.
Torniamo alla felicità dei folli. Essi, dopo aver trascorsa lietamente la vita, senza né il timore né il senso della morte, se ne vanno diritti all’altro mondo, per dilettare anche lì, coi loro scherzi, il riposo delle anime pie.
Paragoniamo quindi la condizione del saggio con quella del buffone. Vi descrivo un sapiente esemplare: un uomo che abbia consumato tutta la fanciullezza e l’adolescenza a istruirsi in mille modi, perdendo la parte migliore della propria vita in veglie senza fine, in affanni e fatiche; che nemmeno in tutto il resto della propria vita abbia mai gustato un istante di piacere; sempre parco, povero, triste, austero, inflessibile con se stesso, fastidioso e inviso agli altri; pallido, macilento, cagionevole; invecchiato e incanutito prima del tempo, colto da morte prematura senza aver praticamente mai vissuto. Ecco l’immagine perfetta del sapiente.
Parliamo adesso del folle. Ma non senza premettere che esistono due specie di follia. Quella diabolica, che suscita nei cuori dei mortali ardore di guerra, o insaziabile sete di oro, o amore turpe e scellerato, parricidio, incesto, sacrilegio, e altri consimili orrori. Ma l’altra, che nasce da me, non ha nulla in comune con questa. Essa si manifesta ogni volta che una dolce illusione libera l’animo dall’ansia e lo colma, insieme, di mille sensazioni piacevoli.
Ma non ogni errore dei sensi o della mente merita il nome di follia. Se uno che ci vede poco scambia un mulo per un asino, se un altro ammira come un monumento di dottrina una rozza poesia, non si può senz’altro chiamarlo pazzo. Ma se uno sbaglia, non solo coi sensi, ma anche col giudizio della mente, e questo gli accade sempre e in proporzioni insolite, di lui, sì, diremo che ha un ramo di pazzia; come chi, sentendo un asino ragliare, credesse di ascoltare un meraviglioso concerto, o chi, povero e di umili origini, credesse di essere ricco sfondato.
Ma quando questa specie di follia, come di solito accade, assume aspetti piacevoli, è di non piccolo diletto, sia per coloro che ne sono posseduti, sia per quelli che stanno a vedere senza esserne colpiti. Si tratta, si badi, di un’affezione molto diffusa; più di quanto di solito si crede. Il pazzo ride del pazzo, e a vicenda si offrono diletto. E non di rado vi accadrà di vedere che, di due pazzi, il più pazzo è quello che più si prende gioco dell’altro.
 Eppure, ve lo assicuro, uno è tanto più felice quanto più la sua follia è multiforme, purché si mantenga entro il genere a me peculiare: un genere così diffuso che non so se fra tutti gli uomini se ne possa trovare uno solo che sia costantemente saggio, e che sia del tutto immune da una qualche forma di pazzia. La differenza è tutta qui: chi, vedendo una zucca, la scambia per la moglie, viene chiamato pazzo perché la cosa succede a pochissimi. Chi invece, avendo la moglie in comune con altri, giura che è la più virtuosa delle donne, è felice del suo errore; e nessuno lo chiama pazzo, perché la cosa accade spesso e dovunque.

XX

TRA I SEGUACI DELLA FOLLIA VANNO ANNOVERATI ANCHE I CACCIATORI …

Appartengono alla schiera dei miei seguaci anche coloro per i quali non vi è nulla di meglio di una partita di caccia. Che piacere squartare la selvaggina! Il plebeo può squartare tori e castrati, ma compirebbe un delitto se lo facesse con un capo di selvaggina: questa è prerogativa dei nobili. A capo scoperto sta il nobile, piegati i ginocchi, col coltello destinato allo scopo (è vietato servirsi di uno strumento qualunque), con gesti rituali, in pio raccoglimento, taglia determinate membra in un determinato ordine. Una folla silenziosa lo circonda, ammirata come se assistesse a non so quale nuovo rito, mentre si tratta di uno spettacolo visto e rivisto. Costoro, cacciando e cibandosi in continuazione di selvaggina, mentre ottengono solamente di trasformarsi press’a poco in fiere, si illudono invece di menar vita da re.
XXI

… E GLI ALCHIMISTI...

Altri miei seguaci sono quelli che tentano di trasformare la natura degli elementi e cercano per terra e per mare la quinta essenza. Si nutrono di una speranza così dolce da non tirarsi mai indietro di fronte a spese e fatiche e, con mirabile spirito d’inventiva, ne pensano sempre qualcuna per ingannarsi una volta di più e per rivestire l’inganno di liete apparenze, fino a dare fondo alle loro sostanze. Tuttavia non smettono di sognare e spingono anche gli altri verso la medesima felicità. E quando l’ultima speranza li ha abbandonati, si consolano col motto che “le grandi cose basta averle volute”. E accusano allora la brevità della vita, inadeguata alla grandezza dell’impresa.

XXI
… E FORSE ANCHE I GIOCATORI

Sono in dubbio se annoverare tra i miei seguaci i giocatori. Ma senza dubbio è uno spettacolo di spassosa follia vedere gente così schiava del gioco da eccitarsi al rumore dei dadi. Quando poi, obbedendo al costante stimolo della speranza di vincere, si sono completamente rovinati, defraudano chiunque gli càpiti, meno coloro che li hanno vinti nel gioco.  Così credono di comportarsi da persone serie. E che dire di quando, ormai vecchi, con la vista che vacilla, ricorrendo alle lenti, continuano a giocare? E, quando infine l’artrite impedisce loro l’uso delle mani, arrivano a pagare un sostituto che getti sulla tavola, per loro, i dadi. Gran bella cosa sarebbe il gioco, se il più delle volte non volgesse in passione rabbiosa; ma qui siamo ormai fuori dal mio regno.

XXII

SENZ’ALTRO SONO SEGUACI DELLA FOLLIA I BIGOTTI E I CREDULONI …

Sono senz’altro miei seguaci coloro che si divertono ad ascoltare o narrare storie di miracoli o di prodigi fantastici e non si stancano mai di ascoltare favole in cui si parla di eventi portentosi, di spettri e di altre cose del genere. Quanto più la favola si scosta dal vero, tanto più volentieri ci credono, tanto più voluttuosamente le loro orecchie ne sono solleticate. Di qui, non solo un apprezzabile passatempo contro la noia, ma anche una fonte di guadagno, specialmente per i preti e i predicatori.
Sono della stessa schiera coloro che nutrono la folle ma piacevole convinzione di non essere esposti a morire in giornata, solo perché hanno visto il simulacro ligneo o l’immagine dipinta di san Cristoforo; o credono di tornare sani e salvi dalla battaglia, se hanno rivolto le debite preghiere alla statua di santa Barbara; o di arricchirsi in breve rendendo omaggio a sant’Erasmo in certi giorni, con speciali candeline e determinate formulette.
Che dire poi di quelli che, nell’illusione d’indulgenze accordate ai loro peccati, computano quasi con l’orologio alla mano il periodo da passare in purgatorio, numerando secoli, anni, mesi, giorni e ore? O di quelli che, fidando in formule insensate e ridicoli amuleti forniti, per naturale disposizione o per guadagno, da qualche ciurmatore, coltivano speranze illimitate: ricchezze, onori, piaceri, salute, lunga vita, vecchiaia vegeta, e, alla fine, nel regno dei cieli, un seggio proprio accanto a Cristo. Per questo però c’è sempre tempo. Meglio godersi le delizie della vita: le delizie dei beati possono aspettare.
Immaginate un mercante, o un soldato, o un giudice che, rinunciando a una sola monetina dopo tante ruberie, crede di avere lavato una volta per tutte il fango di un’intera vita e ritiene che tanti spergiuri, tanta libidine, tante ubriacature, tante risse, tante stragi, tante imposture, tante perfidie, tanti tradimenti, siano riscattati al punto da poter ricominciare da zero una nuova catena di delitti.
E chi è più folle, o meglio più felice, di quanti recitando ogni giorno sette versetti del salterio si ripromettono una beatitudine sconfinata? Roba da matti! Persino io me ne vergogno. Sono cose, tuttavia, che godono l’approvazione, non solo del volgo, ma anche di chi propina insegnamenti religiosi.

XXIII

… E COLORO CHE SI RACCOMANDANO AI SANTI INVECE DI IMITARLI

Analogamente si venerano i santi per ottenerne benefici di ogni genere. Uno deve far passare il mal di denti; un altro deve assistere le partorienti; un altro fa recuperare gli oggetti rubati; un altro salva il  naufrago, un altro protegge il gregge ecc. Troppo lungo sarebbe elencarli tutti. Ve ne sono che da soli possono essere utili in parecchi casi; vi ricordo la Vergine, madre di Dio, alla quale il volgo attribuisce quasi più poteri che al Figlio.
Ma che cosa chiedono gli uomini a questi santi, se non cose che sanno di follia? Fra tanti ex-voto di cui sono zeppe le pareti di certe Chiese, ne avete mai visti di chi fosse guarito dalla follia, o che fosse diventato, sia pure di un’inezia, più saggio? Uno si è salvato a nuoto; un altro, ferito dal nemico, è riuscito a sopravvivere; un altro, con l’aiuto di un santo protettore dei ladri, è caduto dal patibolo per poter continuare ad alleggerire delle loro ricchezze quelli che non le meritano; un altro è guarito dalla febbre con disappunto del medico; a un altro il veleno, invece di ammazzarlo, gli ha fatto da medicina, con delusione della moglie che si era data da fare per niente; un altro, rimasto  sotto le macerie, è sopravvissuto; un altro, infine, colto sul fatto da un marito, è riuscito a svignarsela.
Nessuno che renda grazie per essere stato guarito dalla pazzia. Gran bella cosa mancare di senno, se i mortali tutto deprecano, fuori che la follia.
A tal punto la cristianità intera trabocca di vaneggiamenti del genere; e i sacerdoti stessi sono pronti ad ammetterle e incoraggiarle, non ignorando il guadagno che di solito glie ne viene. Se però nel frattempo qualche saggio impertinente si permettesse di  dire le cose come stanno: «Morirai bene, se bene avrai vissuto; laverai i tuoi peccati, se all’offerta di una moneta aggiungerai il pentimento con lacrime, veglie, preghiere, digiuni, e un radicale cambiamento di vita; avrai la protezione di questo santo, se ne imiterai la vita». Se quel saggio si mettesse a ripetere queste cose e altre del genere, le anime dei mortali passerebbero dalla letizia allo sgomento.

XXIV

SONO TRA I SEGUACI DELLA FOLLIA ANCHE QUELLI CHE ORGANIZZANO IL PROPRIO FUNERALE...

Rientrano nella mia congrega coloro che, da vivi, stabiliscono la pompa del proprio funerale con tanta cura da indicare il numero delle torce, degli incappucciati, dei cantori e delle lamentatrici, come se dovessero assistere allo spettacolo e, da morti, potessero vergognarsi qualora il cadavere non fosse sepolto con la debita magnificenza.

XXV

… E COLORO CHE VANTANO IL PROPRIO CASATO

Per quanto cerchi di non dilungarmi, non riesco proprio a passare sotto silenzio coloro che, in nulla diversi dall’ultimo ciabattino, ostentano un vano titolo nobiliare e mostrano con orgoglio i ritratti degli antenati. Ti enumerano uno dopo l’altro bisavoli e trisavoli ricordandone i nomi, ma di sé hanno poco da dire.Tuttavia vivono in  perfetta letizia. Né mancano gli sciocchi che guardano a questa razza di animali come se fossero divinità.

XXVINÉ VANNO DIMENTICATI GLI ATTORI, I CANTANTI, GLI ORATORI E I POETI
E non dimentichiamo i cosiddetti artisti. Faresti prima a trovarne uno disposto a cedere il campo paterno che a rinunziare al suo talento, soprattutto nell’ambito degli attori, dei cantori, degli oratori e dei poeti. Uno meno vale più è sicuro di sé. E più è sicuro di sé più ha successo. Quanto meno si vale tanto più si è ammirati. Perché sforzarsi di acquisire una cultura autentica che costerebbe tanta fatica e renderebbe più timidi, restringendo così la cerchia degli ammiratori?

XXVII

L’ORGOGLIO DELLE NAZIONI E DELLE CITTÀ È UN ALTRO PRODOTTO DELLA FOLLIA …

Mi rendo conto che la natura, come ha infuso un amor proprio nei singoli individui, ne ha instillato uno comune a tutti i cittadini di ciascuna nazione, e addirittura, di una stessa città. Di qui la pretesa degli Inglesi di primeggiare, oltre che nel resto, sul piano della bellezza, della musica e delle laute mense; gli Scozzesi vantano nobiltà, parentele regali, nonché dialettiche sottigliezze; i Francesi rivendicano la raffinatezza dei costumi; i Parigini pretendono la palma della scienza teologica vantandone un possesso quasi esclusivo; gli Italiani affermano la loro superiorità nelle lettere e nell’eloquenza. Tutti si cullano nella piacevole convinzione di essere i soli non barbari fra i mortali. Primi, in questo genere di felicità, sono i Romani, ancora immersi nei bellissimi sogni dell’antica Roma; quanto ai Veneti, si beano del prestigio della loro nobiltà. I Greci, quali inventori delle arti, si vantano delle antiche glorie dei loro famosi eroi; i Turchi e tutti gli altri musulmani pretendono il primato anche in fatto di religione e quindi deridono i cristiani come superstiziosi. Molto più gustoso è il caso degli Ebrei che aspettano sempre incrollabili il proprio Messia. Gli Spagnoli non la cedono a nessuno in fatto di gloria militare; i Tedeschi si compiacciono dell’alta statura e della conoscenza della magia.

                                                       XXVIII
… COSÌ COME L’ADULAZIONE.
         
L’amor proprio è dunque una forma di follia che consiste nell’accarezzare se stessi. Ma, se si accarezza un altro, si tratta di adulazione. Oggi, però, l’adulazione non gode buona fama; tutti ritengono che l’adulazione non si può accompagnare alla fedeltà, ma si renderebbero conto di quanto si sbagliano se solo guardassero all’esempio che viene dalle bestie. Chi, infatti, è più adulatore del cane? E, al tempo stesso, chi è più fedele? A meno che non si vogliano considerare più utili all’uomo i leoni,  le tigri e i leopardi. È vero che c’è una forma d’adulazione davvero perniciosa con cui taluni, perfidamente beffando gl’ingenui, li portano alla rovina. Ma l’adulazione che a me s’ispira nasce dal candore ed è vicina alla virtù molto più della ruvida schiettezza che si suole contrapporle. La mia adulazione rincuora gli animi abbattuti, raddolcisce la tristezza, riscuote dall’inerzia, sveglia gli ottusi, dà sollievo ai malati, mitiga i violenti, mette pace fra gli innamorati e ne conserva l’armonia, convince i fanciulli a studiare, rallegra i vecchi, ammonisce e ammaestra i potenti senza offenderli, lodandoli solo apparentemente. Insomma, fa in modo che ciascuno sia di sé più contento, il che è parte della felicità, e addirittura la parte più importante. Che cosa può esservi di più gentile di due muli che si grattano a vicenda?

XXIX
L’ANIMO UMANO È ATTRATTO PIÙ DALLA FINZIONE CHE DALLA REALTÀ: SU QUESTO SI BASA LA FORTUNA DELLA FOLLIA

Ma se è male, dicono, essere ingannati; è ancora peggio non essere ingannati. Sono, infatti, proprio privi di buon senso quanti ripongono la felicità dell’uomo nelle cose stesse. Essa dipende dal nostro modo di vederle. Infatti tale è l’oscurità e varietà delle cose umane che niente si può sapere con chiarezza.
Se poi qualcosa si può sapere, spesso abbiamo poco da rallegrarcene. L’animo umano è dominato più dalla finzione che dalla verità. Basta assistere a una predica in chiesa. Se il discorso si fa serio, tutti sonnecchiano, sbadigliano, si annoiano. Ma, se l’«urlatore» di turno (è stato un lapsus, volevo dire l’«oratore») tira fuori una di quelle storielle che si raccontano a veglia, tutti si ridestano e si mettono ad ascoltare a bocca aperta. Così pure i santi più leggendari (per esempio san Giorgio, o san Cristoforo, o santa Barbara) sono venerati con maggiore pietà rispetto a  san Pietro, a san Paolo e allo stesso Gesù Cristo. Le cose vere, anche le meno rilevanti, come la grammatica, costano tanta fatica. Un’opinione, invece, costa così poco, e alla nostra felicità giova altrettanto, se non di più. Se una moglie decisamente brutta, al marito sembra una venere, non sarà forse come se fosse bella davvero? Conosco un tale che alla sposa novella donò alcune gemme false facendogliele credere, con la parlantina che aveva, non solo assolutamente vere, ma anche rare e di valore inestimabile.
Ditemi un po’, che differenza c’era per la fanciulla, visto che quei pezzetti di vetro rallegravano altrettanto i suoi occhi e il suo cuore? Il marito, frattanto, aveva evitato una spesa e godeva dell’illusione della moglie che gli era grata come se avesse ricevuto doni di gran pregio.
Che differenza pensate vi sia fra coloro che nella caverna di Platone contemplano le ombre e le immagini delle varie cose, senza desideri, paghi della propria condizione, e il sapiente che, uscito dalla caverna, vede le cose vere? Se qualche differenza c’è, è a vantaggio di chi preferisce ingannarsi.

XXX
LA FOLLIA FA DEL BENE A TUTTI E NON VUOLE ESSERE RINGRAZIATA

La capacità di scacciare gli affanni è giustamente considerata il maggior merito del vino. Almeno  fino a che, smaltita la sbornia, gli affanni tornano all’assalto. Ma io procuro un’ebbrezza molto più piacevole, efficace e duratura.
A pochi tocca in sorte la bellezza, a pochissimi l’eloquenza, le ricchezze e il potere. La forza spesso non basta per non soccombere in guerra; la sensibilità induce alla malinconia; la salute è insidiata dalle malattie; il mare inghiotte la maggior parte di quelli che vi si avventurano; per non parlare degli incendi, dei terremoti, delle alluvioni e delle altre calamità naturali. Io sola stringo tutti in un generoso abbraccio. 
Nessuno mi dedica templi  e mi erige monumenti. Ma, se pure mi stupisco di questa ingratitudine, non me ne offendo. Col buon carattere che mi ritrovo, ci passo sopra. D’altronde gli esseri umani non fanno che dimostrarmi coi fatti, e non con le cerimonie, la loro devozione. Essi mi portano nel cuore e modellano su di me i loro costumi.
Quanti sono coloro che accendono candele alla Vergine, magari in pieno giorno, quando non ce n’è bisogno? Ma quanti  cercano d’imitarne la castità, la modestia, l’amore per il regno dei cieli?
E perché mai dovrei desiderare un tempio, quando tutto il pianeta è il mio tempio? Mi mancano i devoti solo dove mancano gli esseri umani. Non sono così sciocca da andare in cerca di statue di pietra, o di legno, o di gesso dipinto, che spesso sono adorate dagli sciocchi al posto di coloro che esse rappresentano. Io credo di avere tante statue quanti sono gli uomini che, anche senza volerlo, mostrano nel volto la mia immagine vivente.
Se qualcuno giudica questo mio discorso esagerato, andiamo un po’ a vedere la vita stessa degli uomini, per mettere in chiaro quanto mi devono, e in che conto mi tengono, siano essi dei potenti o dei poveri diavoli.
Non esaminerò la vita di uomini qualunque, per non farla troppo lunga, ma solo quella di personaggi in vista, da cui sarà facile giudicare gli altri. Perché sprecare il fiato per il popolino, che indiscutibilmente tutto mi appartiene? Tante, infatti, sono le forme di follia di cui il popolo trabocca, e altre ne inventa ogni giorno.
Che varietà nel tumultuoso agitarsi dei folli!
Uno si strugge d’amore per una donnetta, e quanto meno è riamato tanto più ama senza speranza. Uno sposa la dote e non la donna. Uno prostituisce la sposa, mentre un altro, roso dalla gelosia, la spia.
C’è chi spende tutto ciò che ha per rimpinzarsi, a rischio di ridursi in breve a morire di fame; chi si abbandona al sonno e all’ozio; chi gode nel vivere da povero pur di arricchire gli eredi; chi, per un guadagno modesto e incerto, va in giro per il mondo rischiando la vita; chi cerca di arricchirsi in guerra invece di starsene al sicuro in casa sua; chi spera di arricchirsi senza fatica circuendo vecchi senza eredi e chi, per lo stesso scopo, fa la corte a vecchie danarose.
Ma la razza più stolta e abietta è quella dei mercanti che, pur trattando la più sordida delle faccende e nei modi più sordidi, pur mentendo, spergiurando, rubando, frodando a tutto spiano, si credono superiori agli altri perché hanno le dita inanellate d’oro. Né mancano di adularli certi fraticelli per carpirne parte dei profitti. C’è chi, ricco solo di speranza, sogna la felicità, e già questo sogno, per lui, è la felicità. C’è chi si compiace di essere creduto ricco, mentre a casa muore di fame. C’è chi dilapida rapidamente tutto quello che possiede e c’è chi accumula con mezzi leciti e illeciti. C’è chi si raccomanda per farsi candidare a cariche pubbliche e c’è chi è contento di starsene accanto al fuoco. C’è chi intenta cause temerarie e interminabili e arricchisce l’avvocato che è in combutta con la parte avversa. C’è chi ha la mania di  rinnovare il mondo e c’è chi  lascia a casa moglie e figli per andarsene a Gerusalemme, a Roma, a San Giacomo di Compostella.
Insomma, se potessimo contemplare dall’alto gli uomini nel loro agitarsi senza fine, crederemmo di vedere uno sciame di mosche e di zanzare in contrasto fra loro, intente a combattersi, a tendersi tranelli, a rapinarsi a vicenda, a scherzare, a giocare, a riprodursi, a cadere e a morire. Si stenta a credere che razza di terremoti e di tragedie può provocare un animaletto così piccino e destinato a vita così breve. Infatti, di tanto in tanto, un’ondata di guerra o di pestilenza ne colpisce e ne distrugge migliaia e migliaia.

XXXI
C’È POI LA FOLLIA DEI GRAMMATICI…

Sarei io stessa un’autentica pazza se continuassi a elencare tutte le forme di follia proprie del volgo. Mi rivolgerò a quelli che fra gli esseri umani passano per sapienti.
Fra loro al primo posto stanno i grammatici, che sarebbero certamente la genìa più perniciosa se non ci fossi io a mitigare, con una dolce forma di follia, i guai di quella infelicissima professione. Su di essi, infatti, pesano infinite  maledizioni: sempre affamati, sempre sporchi, se ne stanno nelle loro scuole (le chiamo scuole, ma dovrei dire camere di tortura) fra turbe di ragazzi e invecchiano nella fatica; assordati dagli schiamazzi, imputridiscono nel puzzo e nel sudiciume; tuttavia, per mio beneficio, avviene che si ritengano i primi tra gli uomini. Sono così contenti di sé, quando col volto truce e con la voce minacciosa atterriscono la tremebonda folla degli alunni; quando le suonano a quei disgraziati con sferze, verghe e scudisci, e in tutti i modi incrudeliscono a loro capriccio.  Intanto, per loro, quel sudiciume è la quintessenza del nitore, quel puzzo sa di maggiorana, quell’infelicissima schiavitù è pari a un regno.  Ma si sentono ancora più felici perché sono convinti di  essere dei dotti.
C’è poi un’altra fonte di piacere: quando uno di loro scova in un foglio ammuffito una paroletta di uso non comune, o quando, scavando da qualche parte, tira fuori un frammento di un antico sasso che porta un’iscrizione mutila. Che esplosioni di gioia allora, che trionfi, che elogi! E che diremo di quando vanno sbandierando a tutto spiano i loro insulsissimi versiciattoli, che non mancano peraltro di ammiratori? Ma la scena più divertente si ha quando si scambiano lodi e complimenti, e a vicenda si danno una lisciatina. Se poi uno di loro incappa in un lapsus, e un altro più avveduto per caso se ne accorge, allora sì che ne viene fuori una tragedia a base di polemiche, di litigi, di ingiurie!
Ho conosciuto una volta un tale, dotto in svariati campi: sapeva di greco, di latino, di matematica, di filosofia, di medicina. Ormai sessantenne, messo da parte tutto il resto, da oltre vent’anni si tormenta sulla grammatica, ritenendo di poter essere felice se vivrà abbastanza da stabilire con certezza come vadano distinte le otto parti del discorso. Finora nessuno, né dei Greci né dei Latini, ci è riuscito pienamente.
E scoppia quasi una guerra se uno considera congiunzione una locuzione avverbiale. A questo modo, pur essendovi tante grammatiche quanti sono i grammatici, questo tale non tralascia di leggerne ed esaminarne minuziosamente nessuna, per barbara o goffa che sia nello stile. Guarda infatti con sospetto chiunque faccia in materia un tentativo, sia pure insignificante, attanagliato com’è dalla paura che qualcuno lo privi della gloria, vanificando  annose fatiche. Preferite chiamarla follia o stoltezza? A me poco importa, purché siate disposti a riconoscere che, per mio beneficio, l’animale più infelice di tutti può attingere tale una felicità da non volere scambiare la propria sorte neppure con quella dei re.

XXXII
… E DEI POETI E DEI RETORI …

I poeti mi sono meno debitori, anche se chiaramente appartengono alle mie schiere, essendo dediti a sedurre l’orecchio dei pazzi con autentiche sciocchezze e storielle risibili. Fidando nei loro mezzi promettono immortalità e divina beatitudine a se stessi e anche agli altri.
Anche i retori fanno parte della mia confraternita. Molte cose lo dimostrano, ma una in primo luogo: scrivono con tanto impegno sull’arte di scherzare. Infatti, quando sono a corto d’argomenti, cercano una scappatoia nel riso. Ebbene, non è proprio della follia eccitare il riso con detti scherzosi?
Nella stessa schiera rientrano quelli che aspirano a diventare scrittori di successo. Essi mi devono molto, soprattutto se scrivono cose leggere per il grande pubblico. 
Al contrario, gli eruditi mi sembrano infelicissimi perché  scrivono per pochi dotti; si arrovellano a fare aggiunte, tagli, sostituzioni; riprendono, limano, chiedono pareri, lavorano a un argomento anche per anni, pagando a caro prezzo un premio da nulla quale è la lode di quattro gatti. Lo pagano con tante veglie, con tanto spreco di sonno (il sonno, la più dolce delle cose!), con tanta fatica, con tanto sacrificio. Metti pure il danno alla salute, il calo della vista, la povertà, l’invidia degli altri, la rinuncia ai piaceri, l’invecchiamento precoce, la morte prematura. Credono che ne valga la pena.
Quanto più felice il delirio dello scrittore mio seguace quando, seguendo l’ispirazione del momento, mette prontamente per iscritto tutto ciò che gli passa per la testa, perfino i sogni, sapendo che più sciocche saranno le sciocchezze che scrive, e più troverà consenso nella maggioranza, cioè in tutti gli stolti e ignoranti. Che importa il disprezzo degli eruditi, sempre che leggano le loro baggianate? E che peso può avere il giudizio di pochi sapienti, se a contrastarlo c’è una folla sconfinata? Ma ancora più avveduti si rivelano coloro che pubblicano, spacciandoli per propri, gli scritti altrui e trasferiscono sulla propria persona una gloria che è frutto del faticoso impegno altrui. Confidano che, se anche saranno accusati di plagio, tuttavia, per qualche tempo, avranno tratto vantaggio dall’inganno.
Questi scrittori di successo c’è gusto a vederli quando si gonfiano perché la gente li elogia e perché i loro libri stanno esposti in libreria, o quando si scambiano elogi con altri palloni gonfiati.
I saggi deridono questi successi, ma intanto, per merito mio, quelli se la godono.

XXXIII… E DEI GIURISTI E DEI I FILOSOFI …

Fra gli eruditi il primo posto spetta ai giuristi. Nessuno più di loro è soddisfatto di sé quando citano leggi a iosa, non si sa quanto a proposito, aggiungendo glosse a glosse, pareri a pareri, facendo credere che lo studio del diritto è il più difficile che ci sia.
Accanto ai giuristi metto i filosofi. Sono così loquaci che uno qualunque di loro potrebbe gareggiare in fatto di chiacchiera con venti donne di prima scelta. Almeno fossero soltanto chiacchieroni e non anche litigiosi al punto di polemizzare con estrema tenacia per questioni di lana caprina e da trascurare spesso, nella foga della contesa, i diritti della verità. Pieni di sé come sono, godono ugualmente quando, armati di tre sillogismi, non esitano ad attaccare lite con chiunque, a qualunque proposito. Del resto la loro pertinacia li rende invincibili.

XXXIV
… E DEI TEOLOGI …
Dei teologi, forse meglio farei a non parlare. A toccare quest’erba puzzolente si suscita un vespaio perché, aggressivi come sono, assalgono in gruppo con centinaia di argomenti e costringono a fare ammenda. Atterriscono chi non gode le loro simpatie scagliando come un fulmine l’accusa di eresia. Eppure, ancorché siano i meno propensi a riconoscere i miei meriti nei loro confronti, anche loro, e non di poco, mi sono debitori. Devono a me, infatti,  quell’alta opinione di sé che li rende felici, come se il terzo cielo fosse la loro dimora, dalla quale guardano dall’alto in basso, con una sorta di commiserazione, tutti gli altri mortali, come se fossero animali che strisciano a terra; mentre loro, trincerati dietro un muro di definizioni, conclusioni, corollari e proposizioni esplicite ed implicite, si ritengono inattaccabili. Spiegano a modo loro i misteri più arcani: i criteri che stanno  a base della creazione e dell’ordinamento del mondo, per quali vie la macchia del peccato si è trasmessa di generazione in generazione, in che modo, in che misura e in quanto tempo Cristo si è formato nel grembo della Vergine, come nell’Eucaristia ci possono essere gli accidenti senza la materia. Ma questo è niente. Sono altre le questioni che li esaltano: qual è l’istante della generazione divina? ci sono più filiazioni in Cristo? è sostenibile la proposizione «Dio Padre odia il Figlio»? avrebbe potuto Dio assumere figura di donna, di demonio, di asino, di zucca, di pietra? in caso affermativo, come la zucca avrebbe potuto predicare, fare miracoli, essere messa in croce? che cosa avrebbe consacrato Pietro, se avesse consacrato mentre Cristo pendeva dalla croce? e poteva Cristo, in quel medesimo tempo, essere chiamato uomo? infine, dopo la resurrezione, potremo mangiare e bere? Della fame e della sete, infatti, costoro si preoccupano fin da ora. Innumerevoli poi le sottigliezze, anche molto più sottili di queste, circa le nozioni, le relazioni, le formalità, le quiddità, le ecceità, che sfuggirebbero agli occhi di tutti, tranne a chi fosse capace di vedere nelle tenebre più profonde anche le cose che non sono in nessun luogo. Emettono poi sentenze così paradossali che i paradossi con cui si divertivano i Greci, sembrano al confronto luoghi comuni dei più rozzi e banali. Per esempio, che accomodare una volta la scarpa di un povero nel giorno del Signore è delitto più grave che strangolare mille uomini; che dire una volta tanto una sola bugia, per quanto piccina, è più grave che lasciare andare in malora il mondo intero con tutta la sua dovizia di cose utili e belle. A rendere ancora più sottili queste sottilissime sottigliezze ci sono le tante vie battute dagli scolastici. È più facile uscire da un labirinto che dalle oscure tortuosità di realisti, nominalisti, tomisti, albertisti, occamisti, scotisti. E non ho nominato tutte le scuole, ma solo le principali.
C’è tanta erudizione, tanta astrusità, che persino gli Apostoli, se si trovassero a dover discutere con questi teologi, avrebbero bisogno di un secondo Spirito Santo. Paolo poté dimostrare la sua fede, ma quando dice che «la fede è sostanza di cose sperate, e argomento di cose che non si vedono», dà una definizione manchevole dal punto di vista dottrinale. Proprio Paolo, che in modo eccellente fece professione di carità, ne dette, nel capitolo tredicesimo della prima epistola ai Corinzi, un’analisi ed una definizione difettose in sede dialettica. Gli Apostoli, certamente, celebravano l’Eucaristia con la dovuta pietà. Non credo però che (interrogati sul termine a quo e sul termine ad quem, sulla transustanziazione, sull’ubiquità di un medesimo corpo, sulla differenza tra il corpo di Cristo in cielo, sulla croce e nel sacramento dell’Eucaristia, sull’istante in cui avviene la transustanziazione) avrebbero raggiunto la sottigliezza degli scotisti.
Gli Apostoli avevano conosciuto la madre di Gesù; ma chi di loro dimostrò, con l’ineccepibile metodo filosofico dei nostri teologi, come rimase immune dalla macchia del peccato di Adamo? Pietro ha ricevuto le chiavi, e le ha ricevute da Colui che non le darebbe a un indegno; e tuttavia non so se avrebbe capito (certo non ne ha mai colto la sottigliezza) la questione del come possa possedere la chiave della scienza anche chi non ha la scienza. Gli Apostoli battezzavano in ogni luogo; tuttavia non hanno mai insegnato quale sia la causa formale, materiale, efficiente e finale del battesimo, né mai hanno fatto menzione del suo carattere delebile e indelebile. Gli Apostoli adoravano, sì, Dio, ma in spirito, attenendosi unicamente al principio evangelico: «Dio è spirito, e chi lo adora deve adorarlo in spirito e verità». Non pare tuttavia sia stato ad essi ben chiaro che dobbiamo adorare Cristo allo stesso modo, sia in persona che in una sua immagine scarabocchiata col carbone sul muro, purché vi appaia con due dita levate, i capelli lunghi e tre raggi nell’aureola che gli cinge la nuca. Come si possono cogliere queste finezze, se prima non ci si è dedicati anima e corpo, per almeno trentasei anni, alla fisica e alla metafisica di Aristotele e di Duns Scoto? Allo stesso modo gli Apostoli parlano della grazia, ma non fanno mai distinzione fra grazia gratuita e grazia gratificante. Esortano alle opere buone, ma non distinguono fra opera operante e opera operata. Dappertutto insistono sulla carità, ma non distinguono fra carità infusa e carità acquisita, né spiegano se sia sostanza o accidente, cosa creata o increata. Detestano il peccato, ma non sono riusciti a definire cosa sia quello che diciamo peccato; per questo avrebbero dovuto formarsi alla scuola degli scotisti. Né posso credere che Paolo, dalla cui erudizione si può arguire quella degli altri Apostoli, avrebbe condannato tante volte  le questioni, le controversie, le genealogie, le contese a parole, com’egli le chiama, se avesse avuto egli stesso l’abitudine a simili sottigliezze.
Anche se poi questi maestri, nella loro grande modestia, quando gli Apostoli hanno scritto una cosa in forma disadorna, e, certo, non magistrale, non la condannano, ma ne offrono un’accettabile interpretazione Quest’onore tributano in parte all’antichità, in parte all’autorità degli Apostoli. Del resto, sarebbe stata una bella ingiustizia pretendere la conoscenza di cose tanto difficili da chi non ne aveva mai sentito far parola dal divino maestro. Se però la cosa si verifica in Crisostomo, in Basilio, in Girolamo, ritengono sia sufficiente annotare: «affermazione respinta». Eppure si tratta di autori che confutarono i pagani, i filosofi, gli ebrei, per loro natura ostinatissimi; lo fecero con la vita e coi miracoli più che coi sillogismi. D’altra parte nessuno dei loro avversari sarebbe stato in grado di capire neppure una delle sottigliezze di Duns Scoto. Al giorno d’oggi, quale pagano, quale eretico non si darebbe senz’altro per vinto di fronte a tante sottilissime finezze? A meno che non fosse così ottuso da non capirle, o così impudente da schernirle,  o così esperto in quei medesimi cavilli da combattere ad armi pari. In tal caso si avrebbe un duello fra due avversari armati entrambi di una spada incantata: tutto si ridurrebbe a tessere e ritessere la tela di Penelope.
Secondo me i cristiani darebbero prova di un gran buon senso se, invece delle rozze armate che ormai da un pezzo combattono con esito incerto, inviassero contro i Turchi gli scotisti coi loro grandi schiamazzi, gli occamisti così ostinati, gl’invitti albertisti, e con essi l’intera banda dei sofisti: assisterebbero, credo, alla più divertente delle battaglie e a una vittoria mai vista prima. Chi, infatti, potrebbe essere tanto freddo da resistere ai loro strali infuocati? chi tanto torpido da non esserne stimolato? chi avrebbe la vista tanto buona da non rimanerne abbagliato?
Ma voi credete che i miei siano tutti scherzi. Posso capirlo: anche fra i teologi ve ne sono di cultura superiore che giudicano futili queste arguzie. Ve ne sono che considerano come il massimo dell’empietà, parlare con linguaggio così volgare di cose tanto misteriose, oggetto d’adorazione più che di spiegazione; discuterne usando il profano argomentare dei pagani; definirle con tanta presunzione, e infangare la maestà della divina teologia con parole e concetti così poveri e addirittura spregevoli.
Ma intanto gli altri si compiacciono beatamente di se stessi e addirittura si battono le mani, e dediti notte e giorno alle loro piacevolissime cantilene non trovano neppure un minuto per leggere almeno una volta il Vangelo o le lettere di san Paolo. E, mentre nelle scuole vanno propinando ai discepoli simili sciocchezze, credono di essere loro a salvare da rovina certa la Chiesa universale sostenendola con la forza dei loro sillogismi. E vi pare poco gratificante por mano ai misteri delle Scritture plasmandole a piacere, ora in questa ora in quella guisa, come fossero cera, ed esigere che le proprie conclusioni, già accettate da un certo numero di scolastici, siano ritenute più importanti dei decreti pontifici? Se poi qualcosa non coincide alla perfezione con le loro conclusioni esplicite e implicite, come fossero i censori del mondo, ne impongono la ritrattazione e, come se parlasse l’oracolo, sentenziano: «proposizione scandalosa», «proposizione irriverente», «questa odora di eresia», «questa suona male». Per fare un cristiano non basta più il battesimo, né il Vangelo, né Pietro, né Paolo, né san Girolamo, né sant’Agostino; addirittura non basta neppure Tommaso, il principe degli aristotelici. Ci vuole anche il voto di questi baccellieri, così sottili nel giudicare. Chi, infatti, senza l’insegnamento di questi sapienti, si sarebbe mai accorto che non era cristiano chi riteneva ugualmente corrette queste due proposizioni: «vaso da notte, tu puzzi» e «il vaso da notte puzza»? Oppure: «bolle la pentola» e «la pentola bolle»?
Chi avrebbe liberato la Chiesada così gravi errori, di cui nessuno si sarebbe mai accorto, se costoro non li avessero denunciati col sigillo della loro alta autorità? E non saranno al colmo della gioia mentre fanno tutto ciò? o quando ritraggono con molta esattezza il mondo infernale come se per molti anni fossero stati cittadini di quella repubblica? o quando fabbricano a capriccio nuove sfere celesti, creandone infine una più grande di tutte, più bella, perché le anime beate abbiano agio di passeggiarvi, di banchettare e anche di giocare a palla? Perciò non vi stupite quando nelle pubbliche dispute li vedete con la testa così accuratamente imberrettata: è per evitare che scoppi.
A volte, anch’io rido del fatto che, quanto più il loro linguaggio è barbaro e rozzo, tanto più si credono grandi teologi, e in quel balbettare, comprensibile solo da un altro balbuziente, loro chiamano finezza d’ingegno quello che la gente non capisce. Negano infatti che sia compatibile con la dignità delle sacre lettere sottomettersi alle leggi della grammatica. Mirabile maestà, invero, quella dei teologi, se a loro soli è lecito costellare di spropositi il discorso, anche se poi hanno in comune questo privilegio con molti ignoranti.

XXXV
… E DEI RELIGIOSI E DEI MONACI …
Quasi altrettanto felici, sono quelli che comunemente si fanno chiamare religiosi e monaci, usando, in entrambi i casi, denominazioni quanto mai false. Per buona parte, infatti, sono mille miglia lontani dalla religione; e, mentre «monaco» significa «solitario», essi s’incontrano dappertutto e ad ogni passo. Non vedo chi potrebbe essere più misero di costoro, se non ci fossi io a soccorrerli. Perché, pur essendo questa genìa a tal segno detestata da tutti, che persino un incontro casuale con qualcuno di loro è ritenuto di malaugurio, si cullano tuttavia nell’illusione di essere chissà che cosa. In primo luogo ritengono che il massimo della pietà consista nell’essere tanto ignoranti da non saper neppur leggere. Poi, quando, con voce asinina, ragliano i loro salmi, sono convinti d’accarezzare in modo dolcissimo le orecchie di Dio. Neppure mancano quelli che ostentano il loro sudiciume e la loro mendicità. Dinanzi alle porte chiedono il pane emettendo muggiti lamentosi; non c’è albergo, non veicolo o nave in cui non portino scompiglio con non piccolo danno degli altri mendicanti. Così, queste carissime persone, dicono di darci un’immagine degli Apostoli con la loro sporcizia, ignoranza, rozzezza, impudenza.
E cosa c’è di più divertente delle regole attinenti al loro aspetto, la cui violazione considerano un delitto?  Il sandalo deve avere un certo numero di nodi; il cordone deve essere di un certo colore; la veste deve essere di un preciso modello; il cappuccio deve avere una determinata capacità. Chi non vede che questa uniformità con la grande varietà dei corpi e degli spiriti? Tuttavia, per queste sciocchezzuole, non solo si considerano superiori agli altri, ma anche fra di loro si disprezzano a vicenda e, pur professando la carità apostolica, fanno un’autentica tragedia di una cintura diversa o di un colore un po’ più scuro. Ne potresti vedere di così rigidamente attaccati alla regola da portare di sopra il rozzo saio e sotto una camicia finissima; altri, che sopra sono vestiti di tela e sotto di lana; altri, infine, che aborrono il contatto del denaro come fosse veleno, ma non si astengono affatto dal vino e dalle donne. Straordinario  è poi lo sforzo di tutti di differenziarsi nel tenore di vita, non curandosi d’essere simili a Cristo, ma di differenziarsi fra di loro.
Buona parte della loro soddisfazione deriva dai differenti nomi che si danno: gli uni si compiacciono del nome di Funigeri o Cordiglieri, distinti in Coletani, Minori, Minimi, Bollisti; altri godono del nome di Benedettini, o di Bernardini; questi di Brigidensi, quelli di Agostiniani; gli uni tengono alla denominazione di Guglielmiti, altri di Giacobiti, come se chiamarsi Cristiani fosse troppo poco. Gran parte di costoro, a tal punto dà peso alle proprie cerimonie e a minute tradizioni umane, da ritenere che un solo cielo non sia premio adeguato a meriti così grandi; e non pensano che Cristo, non facendo alcun conto del resto, chiederà loro se hanno osservato il suo unico precetto: la carità. Allora uno esibirà il pancione gonfio di pesci d’ogni specie; un altro rovescerà al suo cospetto cento metri cubi di salmi; un altro ancora farà il conto degli infiniti digiuni. Se poi tante volte ha rischiato di scoppiare, è stato per quell’unico pasto che si concedeva dopo ogni digiuno. Altri ancora mostrerà il mucchio delle cerimonie a cui ha partecipato. Qualcuno si vanterà di avere oltrepassato i sessant’anni senza toccare denaro, se non con le mani protette da due paia di guanti. Chi produrrà la cocolla tanto sporca e grassa che farebbe schifo anche a un marinaio. Chi ricorderà di avere fatto per più di undici anni la vita dell’ostrica, sempre attaccato allo stesso luogo; e chi si farà un merito della voce divenuta rauca per l’ininterrotto cantare, o del rimbecillimento derivato dalla vita solitaria; altri ancora della lingua resa torpida dal voto del silenzio. Ma Cristo, interrompendo queste vanterie che altrimenti rischierebbero di non finire più: «Di dove viene», dirà, «questa nuova schiatta di Giudei? Riconosco per mia una legge sola, e solo di questa non si fa parola. Eppure, una volta, con aperto linguaggio, e non in forma di parabola, ho promesso l’eredità del Padre mio non alle cocolle, non alle giaculatorie e ai digiuni, ma alle opere di carità. Non conosco questa gente che esalta continuamente i propri meriti; dato che vorrebbero sembrare anche più santi di me, occupino, se vogliono, i 365 cieli inventati dagli eretici, o si facciano edificare un nuovo cielo da coloro le cui meschine tradizioni anteposero ai miei precetti».
Quando sentiranno queste parole, e si vedranno preferire marinai e cocchieri, con che faccia credete che si guarderanno a vicenda?
Nel frattempo si beano della loro speranza, e non senza mio merito. E poi nessuno osa disprezzarli, soprattutto quelli degli ordini mendicanti, perché attraverso la cosiddetta confessione conoscono i segreti di tutti. Rivelarli, tuttavia, secondo loro, è peccato grave, salvo dopo una bevuta, quando vogliono dilettarsi di qualche racconto più divertente; ma anche allora raccontano i fatti solo in via ipotetica, senza far nomi. Se però qualcuno irrita questi calabroni, se ne vendicano predicando al popolo, e bollano il nemico con allusioni tanto scoperte da essere capite da tutti, salvo da chi non capisce proprio nulla. Né la smettono di latrare, se prima non gli hai gettato il boccone in bocca.
Eppure, quale commediante, quale ciarlatano andresti a vedere a preferenza di costoro, quando nella predica s’esibiscono in tirate retoriche che, pur nella loro assoluta ridicolaggine, s’attengono nel modo più spassoso alle norme sull’arte del dire tramandate dai maestri? Dio mio, come gesticolano! E come modulano la voce! E come canterellano! Come si spenzolano verso l’uditorio e come mutano espressione! Come sbraitano! Quest’arte oratoria viene trasmessa come un segreto da un fraticello all’altro. Sebbene non mi è lecito conoscerla, tenterò qualche congettura.
Scimmiottando i poeti, cominciano con un’invocazione. Poi, se devono parlare, poniamo, della carità, prendono le mosse dal Nilo. Se invece devono trattare del mistero della Croce, cominciano giulivamente dal drago di Babilonia. Se l’argomento è il digiuno, si rifanno ai dodici segni dello Zodiaco e se invece è la fede, premettono una lunga introduzione sulla quadratura del cerchio.
Ho ascoltato un famoso teologo ottantenne che, dovendo spiegare il mistero del nome di Gesù, con mirabile sottigliezza dimostrò che tutto quanto se ne poteva dire era nascosto nelle lettere stesse che lo componevano. Perché il fatto che la sua declinazione abbia tre casi soli è segno manifesto della divina Trinità. Il mistero ineffabile poi, sta nel fatto che il primo caso, JESUS, termina in S, il secondo, JESUM, in M, il terzo, JESU, in U: quelle tre lettere significano che è sommo, medio e ultimo. Restava un mistero anche più ostico, da risolversi col calcolo matematico. Divise la parola Jesus in due parti uguali, in modo che una lettera, in mezzo, restasse divisa in due. Disse che quella lettera per gli Ebrei è SYN, che in lingua scozzese, credo, voglia dire peccato: di qui risulta manifesto che Gesù è colui che redime il mondo dai peccati. Per l’originalità dell’esordio tutti rimasero a bocca aperta, i teologi in particolare.
Il preambolo dovrebbe essere attinente al tema, ma questi dotti ritengono di toccare il massimo dell’eloquenza quando esso non abbia nulla a che fare col resto del discorso. Poi tirano fuori un breve passo del Vangelo e lo trattano frettolosamente, mentre sarebbe il solo punto da sviluppare. Poi sollevano  un problema teologico, che a volte non c’entra niente, e riempiono gli orecchi degli ascoltatori di nomi famosi di dottori solenni, dottori sottili, dottori sottilissimi, dottori serafici, dottori santi, dottori irrefragabili. E sbandierano davanti a una folla ignorante sillogismi maggiori, minori, conclusioni, corollari, supposizioni e altre sciocchezze prive di mordente e decisamente scolastiche. Infine, per lasciare il segno della loro bravura, tirano fuori una vecchia storiella e ne offrono un’interpretazione allegorica, tropologica, e anagogica.
Devono aver sentito dire che l’inizio dell’orazione deve essere basso di tono. Perciò cominciano con una voce così bassa che neanche loro la sentono. Hanno anche imparato che, a volte, per suscitare emozioni, è opportuno erompere in un grido. Perciò, a metà di un discorso concitato, all’improvviso si mettono a strillare furiosamente, senza il minimo bisogno. Inoltre, avendo appreso che il discorso deve animarsi via via che procede, assumono un tono sempre più appassionato e finiscono col concludere dando l’impressione di essere esausti.
Avendo infine imparato che i retori devono anche far ridere, tirano fuori qualche facezia che fa cascare le braccia.  Talvolta mordono anche, ma in modo da provocare più solletico che ferite. E più vogliono sembrare schietti più cadono nell’adulazione. Insomma giureresti che abbiano avuto per maestri i ciarlatani di piazza, restandone però molto al disotto.
Ciò nonostante, per opera mia, trovano chi, ascoltandoli, crede di trovarsi davanti a Demostene o a Cicerone in persona. Appartengono a questo genere di uditorio soprattutto i mercanti e le donnette, le sole persone a cui si curano di parlare in modo gradito, perché i mercanti, opportunamente lisciati, sono inclini, di solito, a scucire una piccola parte del mal tolto; mentre le donnette, oltre che per molte altre ragioni, sono ben disposte verso la categoria, soprattutto perché è loro costume attingerne conforto quando vogliono sfogare i propri malumori coniugali.
Vi rendete conto, suppongo, di quel che mi deve questa categoria di uomini che, esercitando tra i mortali una sorta di tirannia attraverso cerimonie da burla, ridicole ciance e urla scomposte, si credono dei nuovi San Paolo e Sant’Antonio.


XXXVI… E DEI SOVRANI E DEI  CORTIGIANI …
Ma ora lascio volentieri questi istrioni, tanto ingrati nel nascondere ciò che mi devono, quanto empi nell’ostentare una finta pietà religiosa. È un pezzo che ho voglia di trattare dei sovrani e dei loro cortigiani, che mi onorano con la franchezza tipica della loro nobiltà.
Se avesse solo una briciola di senno, che vi sarebbe di meno invidiabile della vita di un sovrano? Se considerasse l’enormità del peso che lo aspetta, non si guarderebbe bene dal procurarsi un corona con lo spergiuro o col parricidio? Infatti chi assume il potere supremo deve occuparsi degli affari pubblici, non dei propri interessi. Deve pensare esclusivamente alla pubblica utilità; non deve scostarsi neanche di un pollice dalle leggi, di cui è autore ed esecutore; deve assicurarsi dell’integrità di tutti i funzionari e di tutti i magistrati. Lui solo, agli occhi di tutti, può, come astro salutare, giovare enormemente alle cose di quaggiù coi suoi costumi senza macchia, oppure, come letale cometa, trarle all’estrema rovina. I vizi degli altri non sono altrettanto conosciuti e non si propagano tanto. Ma se il sovrano, con la posizione che occupa, si scosta appena dalla retta via, subito la corruzione si diffonde contaminando moltissimi uomini. Inoltre, poiché la condizione del sovrano porta con sé molte occasioni di deviare dal retto pensiero, quali i piaceri, la libertà, l’adulazione e il lusso, tanto più attentamente egli deve stare in guardia, se non vuole venir meno al proprio compito. Infine, per non parlare di insidie, odi, e altri pericoli o timori, gli sta sopra la testa quel vero Re che quanto prima gli chiederà ragione anche della colpa più lieve, e tanto più severamente quanto più prestigioso fu il suo imperio. Se il sovrano riflettesse su queste cose e su moltissime altre del genere (e ci rifletterebbe se avesse senno)  non dormirebbe sonni tranquilli e perderebbe l’appetito. Invece, col mio aiuto, dimentica tutti questi motivi d’affanno e se la spassa, porgendo orecchio solo a chi sa dire cose gradevoli, affinché nessuna ombra d’inquietudine gli offuschi l’animo. Egli ritiene di compiere il proprio dovere andando a caccia, allevando bei cavalli, mettendo in vendita magistrature e prefetture, escogitando sempre nuovi stratagemmi per alleggerire i cittadini delle loro sostanze, facendole confluire nel suo tesoro privato; ma lo fa con abili pretesti, in modo da conferire una qualche apparenza di giustizia anche alla peggiore iniquità. E per conquistare comunque le simpatie popolari, aggiunge qualche parola di adulazione. Immaginate un uomo, come se ne vedono a volte, ignaro delle leggi, quasi nemico del pubblico bene, tutto preso dai suoi interessi privati, dedito ai piaceri, con un’autentica avversione per la cultura, la libertà e la verità, che non si cura minimamente della salvezza dello Stato, che adotta come unità di misura le proprie voglie e il proprio tornaconto; mettetegli al collo una collana d’oro, simbolo della presenza in lui di tutte le virtù riunite; mettetegli in testa una corona ornata di gemme che lo richiami al suo dovere di superare gli altri in tutte le virtù eroiche; dategli lo scettro che simboleggia la giustizia e la cristallina purezza dell’animo, e infine la porpora a significare il suo straordinario amore per lo Stato. Se un sovrano paragonasse questi ornamenti simbolici col suo genere di vita, credo che finirebbe col provare solo vergogna della sua pompa, e col temere che qualche critico salace si prendesse gioco di lui volgendo in beffa questo apparato scenico.
E che dire dei cortigiani? Benché nulla vi sia di più strisciante, di più servile, di più sciocco, di più spregevole di loro, vogliono tuttavia essere ovunque al primo posto. Portano addosso oro, gemme e porpora senza curasi di praticare le virtù che tali ornamenti simboleggiano. Si ritengono molto fortunati perché possono rivolgersi al sovrano coi titoli onorifici di Serenità, Maestà e Magnificenza e perché riescono a non vergognarsi nel passare la vita ad adulare. Dormono fino a mezzogiorno, mentre un pretonzolo stipendiato aspetta accanto al letto per celebrare la messa alla svelta quando ancora sonnecchiano. Poi la colazione e, a mala pena essa è terminata, è già ora di pranzo. Dopo pranzo i dadi, gli scacchi, le lotterie, i buffoni, i parassiti, le cortigiane, i giochi, le insulsaggini. Nel frattempo un alternarsi di merende. Di nuovo a tavola, si cena; a questa seguono i brindisi. E così, senz’ombra di noia, passano le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i secoli. Perfino a me, quando li osservo, danno il voltastomaco.

XXXVII
… E DEI VESCOVI E DEI CARDINALI…
Già da un pezzo i sommi pontefici, i cardinali e i vescovi hanno preso con impegno a modello il genere di vita dei sovrani, e con impegno forse maggiore. Certo, se uno riflettesse sul significato della candida veste di lino, simbolo d’una vita senza macchia; e pensasse a quello della mitra a due punte riunite in un solo nodo, a indicare una perfetta conoscenza del Vecchio e del Nuovo Testamento; o delle mani coperte dai guanti, segno della purezza con cui vengono somministrati i sacramenti; se si chiedesse che vuol dire il pastorale, simbolo della cura estrema con cui si veglia sul proprio gregge; che significato ha la croce, che precede indicando la vittoria su tutte le umane passioni; se, dico, uno riflettesse a queste cose, e a molte altre del genere, che vita sarebbe la sua, piena di malinconie e di affanni! Bene fanno quelli che pensano soltanto a ingozzarsi, e la cura del gregge, o la rimettono a Cristo medesimo, o la scaricano su coloro che chiamano fratelli o vicari. Del significato del loro nome di vescovi neppure si ricordano: vescovo vuol dire fatica, preoccupazione, sollecita premura. Vescovi sono sul serio nell’arraffare quattrini: in questo la loro vigilanza è tutta occhi.
Altrettanto dicasi dei cardinali, che dovrebbero ricordarsi che sono i successori degli Apostoli, e che da loro si esigono le stesse opere: non padroni, ma amministratori dei beni spirituali, di cui tra breve dovranno rendere conto con la massima precisione. Riflettessero un po’ anche al loro paludamento e si chiedessero: che significa il candore della cotta se non estrema e rara purezza di vita? Che cosa la porpora che la cotta ricopre, se non ardentissimo amore di Dio? Che cosa l’ampio mantello con le sue pieghe fluenti, se non la carità che ovunque si diffonde per venire in aiuto a tutti, cioè per insegnare, esortare, consolare, ammonire, risolvere i conflitti e per opporsi ai sovrani malvagi? Non significa il generoso sacrificio, non solo delle proprie ricchezze, ma anche del proprio sangue, per amore del gregge? A che scopo le ricchezze, se i cardinali fanno le veci degli Apostoli, che erano poveri? Se riflettessero su queste cose, dico, terrebbero poco alla carica: deporla sarebbe un piacere; oppure si sobbarcherebbero una vita tutta presa da cure travagliate, alla maniera degli antichi Apostoli.

XXXVIII

… E DEI SOMMI PONTEFICI

Se i sommi pontefici, che fanno le veci di Cristo, si sforzassero d’imitare la vita di lui, cioè la povertà, le fatiche, la dottrina, la croce, il disprezzo del mondo; se riflettessero al nome di «papa», che significa «padre», e alla qualifica di «santità», sarebbero gli uomini più infelici della terra.  Chi mai spenderebbe tanto per comprarsi quel posto da difendere poi con la spada, col veleno, con tutte le forze? A quanti vantaggi dovrebbero dire addio, se avessero solo un barlume di saviezza? Addio a tante ricchezze, a tanti onori, e a tanto potere, a tante vittorie, a tante cariche, a tante dispense, a tante imposte, a tante indulgenze, e a tanti cavalli, muli, servi e piaceri. Al loro posto veglie, digiuni, lacrime, preghiere, prediche, studio, sospiri e mille gravose occupazioni del genere. E, particolare non trascurabile, sarebbero ridotti alla fame tanti scrivani, copisti, notai, avvocati, promotori, segretari, mulattieri, palafrenieri, banchieri, ruffiani e … mi fermo qui per non offendere le orecchie più delicate.
Col mio aiuto, non c’è quasi nessuno che più di loro faccia, in perfetta tranquillità, una gran bella vita; convinti di avere assolto in pieno i doveri verso Cristo, se adempiono alla loro funzione di vescovi con un apparato rituale che ha movenze da palcoscenico, con cerimoniali e profusione di titoli (beatitudine, reverenza, santità) e benedizioni e anatemi. Non si usa più far miracoli: roba d’altri tempi. Insegnare ai fedeli è faticoso; interpretare le Sacre Scritture è lavoro da farsi a scuola; pregare è una perdita di tempo; spargere lacrime è umiliante e femmineo; vivere in povertà è spregevole. Turpe la sconfitta e indegna di chi, a mala pena, ammette il re al bacio della sacra pantofola. Infine, spiacevole la morte, e infamante la morte sulla croce.
Rimangono solo le armi di cui fanno uso con tanta larghezza: interdetti, sospensioni, condanne aggravate, anatemi, esposizione di ritratti a titolo di vergogna, e quella tremenda folgore con cui, a un cenno del capo, mandano le anime dei mortali all’inferno e oltre. Di quella folgore, i santissimi vicari di Cristo, si servono col massimo della violenza, soprattutto contro coloro che, per diabolico impulso, tentano di rimpicciolire e rosicchiare il patrimonio di Pietro. Benché le parole dell’Apostolo nel Vangelo siano: «Abbiamo abbandonato tutto e ti abbiamo seguito», essi identificano il patrimonio di Pietro con i campi, le città, i tributi, i dazi, il potere. E mentre, accesi dall’amore di Cristo, combattono per queste cose col ferro e col fuoco, non senza grandissimo spargimento di sangue cristiano, credono di difendere apostolicamente la Chiesa, sposa di Cristo, annientando da valorosi quelli che chiamano nemici. Come se la Chiesa avesse nemici peggiori dei pontefici empi. Di Cristo non fanno parola. Fosse per loro, svanirebbe nell’oblio. Legiferando all’insegna dell’avidità, lo mettono in catene; con le loro interpretazioni forzate ne alterano l’insegnamento; coi loro turpi costumi lo crocifiggono di nuovo.
Poiché la Chiesa cristiana è stata fondata, rafforzata e ingrandita col sangue, ora, come se Cristo fosse morto lasciando i fedeli senza una protezione conforme alla sua legge, governano con la spada, e, pur essendo la guerra una cosa tanto crudele da convenire alle belve più che agli uomini, così rovinosa da portare con sé la totale corruzione dei costumi, tanto ingiusta da offrire ai peggiori predoni la migliore occasione di affermarsi, tanto empia da non avere nulla in comune con Cristo, tuttavia, trascurando tutto il resto, fanno solo la guerra. Si possono vedere vecchi decrepiti che, inalberando un vigoroso spirito giovanile, non si sgomentano davanti alle spese, non cedono alle fatiche, non indietreggiano di un pollice se si trovano a mettere a soqquadro le leggi, la religione, la pace, l’intero genere umano. Né mancano colti adulatori, pronti a chiamare questa evidente follia zelo, pietà e fortezza, escogitando stratagemmi che permettono d’impugnare il ferro mortale e di immergerlo nelle viscere del fratello senza venir meno a quella suprema carità che secondo il dettato di Cristo un cristiano deve al suo prossimo.

XXXIX

IL CATTIVO ESEMPIO DEI VESCOVI TEDESCHI

Una cosa, continuo a chiedermi: sono stati i papi a dare l’esempio o invece si sono ispirati a quello di certi vescovi tedeschi che, tralasciando il culto, le benedizioni e altre cerimonie del genere, si comportano da satrapi, fino a considerare una specie di debolezza, e senz’altro una vergogna per un vescovo, rendere la valorosa anima a Dio in un luogo diverso dal campo di battaglia?
Ma ormai la massa dei sacerdoti, considerando peccaminoso non imitare il bell’esempio dei presuli, levano il grido di guerra e si danno a combattere per le dovute decime con spade, frecce, sassi, e armi di ogni specie! E quale accortezza nel tirar fuori da vecchi documenti qualcosa con cui impaurire il popolino e convincerlo che il suo debito va al di là delle decime! Né intanto ai sacerdoti vengono in mente i molti doveri che hanno verso il popolo. Nemmeno la tonsura basta come monito: hanno dimenticato che il sacerdote, libero da tutti gli appetiti del mondo, deve pensare soltanto alle cose del cielo. Non vi sembrano strani?
C’è un punto, però, che i sacerdoti hanno in comune coi laici: entrambi attentissimi ad accumulare guadagni, sanno sempre come fare. Se c’è un peso da portare, prudentemente lo caricano sulle spalle altrui. I sacerdoti secolari, come se appartenessero al mondo più che a Cristo, caricano il fardello sul clero regolare; il clero regolare sui monaci; i monaci di meno stretta osservanza su quelli di osservanza più rigida; gli uni e gli altri sui mendicanti, e i mendicanti sui certosini, i soli presso cui si nasconde la pietà, ma nascosta così bene che a mala pena si può scorgerla.
Così fanno anche i pontefici: diligentissimi nel rastrellare soldi, affidano ai vescovi i gravami più strettamente apostolici; i vescovi li affidano ai parroci; i parroci ai vicari; i vicari ai frati mendicanti che, a loro volta, li rimandano a coloro che tosano la lana delle pecore.

XL

MA IL COMPITO DELLA FOLLIA NON È LA SATIRA ANTICLERICALE, BENSÌ LA DESCRIZIONE DELLA REALTÀ

Ma non vorrei avere l’aria di comporre una satira anticlericale. Sto semplicemente pronunciando il mio elogio. Né intendo, elogiando i cattivi, biasimare i buoni. Voglio solo sia chiaro che in questo mondo non si può vivere felicemente se non si gode del mio favore.
Tornando al tema, mi sembra evidente che la fortuna aiuta gli audaci, mentre la saggezza rende timidi. Infatti potete constatare che i sapienti combattono con la povertà e la fame. Vivono dimenticati e senza prestigio, mentre gli stolti prosperano. Infatti, se si ripone la felicità nel godere del favore del sovrano,  nell’orbitare attorno a questo mio seguace ingioiellato come una divinità, che c’è di più inutile della sapienza? Se uno vuole arricchirsi col commercio, che se ne fa della sapienza? Se venisse colto dagli scrupoli dei sapienti nei confronti del latrocinio e dell’usura, sarebbe rovinato. Se uno desidera onori o benefici ecclesiastici, meglio che si comporti come un asino o un bue che come un sapiente. Se uno cerca il piacere, deve tener conto che le fanciulle (che tra le mie seguaci occupano il posto d’onore) si danno con entusiasmo agli stolti, mentre hanno orrore del sapiente e lo evitano come fosse un animale velenoso. Vale a dire che chi vuole una vita abbastanza lieta comincia con l’evitare la saggezza. Insomma, dovunque ti giri, se vuoi ottenere qualcosa da pontefici, sovrani, giudici, magistrati e altri potenti di ogni genere, devi presentarti col denaro in mano. Ma il sapiente disprezza il danaro, e perciò, di solito, lo si evita.

XLI

TESTIMONIANZE A MIO FAVORE

E ora, benché gli argomenti a favore del mio elogio siano inesauribili, devo avviarmi alla conclusione. Ma non senza prima aver dimostrato, con poche parole, che non sono mancate grandi autorità a glorificarmi, sia con gli scritti che con le azioni. Così nessuno potrà sospettare che io sia sola a compiacermi di me stessa, e i legulei non mi potranno accusare di non produrre documenti. Perciò, prendendo esempio da loro, allegherò le prove, ma senza preoccuparmi che siano pertinenti.
Cito alcuni detti famosi. Un saggio ha detto che «quando una cosa manca, ottimo sistema è fingere che ci sia e un altro saggio che fingersi folli a tempo e luogo è somma sapienza». Potete rendervi conto di quale gran dono sia la follia, se anche la sua sola imitazione è raccomandata dai saggi. Con franchezza anche maggiore un famoso filosofo consiglia di «mescolare la follia alla saggezza, ma», aggiunge, «solo per poco»: e qui si sbaglia. Dice altrove: «Bella cosa folleggiare a tempo e luogo». Già in Omero, Telemaco, che pure il poeta elogia, è detto a più riprese privo di senno, e spesso e volentieri gli autori di tragedie presentano come dissennati, quasi fosse una qualità positiva, fanciulli e adolescenti. E di che ci parla il divino poema dell’Iliade? Esclusivamente di re folli e di popoli folli. E quale lode più alta del detto ciceroniano che «tutto il mondo è pieno di pazzi»? Chi non sa che qualsiasi bene, a quanti più si estende, tanto più vale?
Ma forse per i cristiani l’autorità di costoro non ha gran peso. Perciò, se credete, possiamo appoggiarsi alla Sacra Scrittura, non senza chiedere il permesso ai teologi. Nell’avventurarmi sul sentiero spinoso della  teologia, vorrei che mi venisse in soccorso l’anima di Duns Scoto, spinosa più di un porcospino, e  dalla Sorbona si trasferisse per un po’ nel mio petto, per poi migrare dove preferisce, magari nel corpo di un corvo. Volesse il cielo che potessi mutare aspetto e comparire nelle vesti del teologo! Temo invece che dovrò cavarmela da sola col rischio di passare per ladra, come se avessi saccheggiato i tesori dei maestri. Ma che c’è da stupirsi, se nella mia lunga e intima consuetudine con i teologi, ho imparato qualcosa?
Scrive l’Ecclesiaste che «infinito è il numero degli stolti». E, parlando di numero infinito, non sembra forse intendere tutti gli uomini, a eccezione di pochissimi che probabilmente nessuno ha mai visto? Con più chiarezza si esprime Geremia, quando dice che «ogni uomo è reso stolto dalla sua sapienza». Egli attribuisce la sapienza soltanto a Dio, e lascia la stoltezza a tutti gli uomini. E dice anche: «L’uomo non riponga nella sapienza il suo vanto». Ma perché, ottimo Geremia, non vuoi che l’uomo riponga nella sapienza il suo vanto? Evidentemente perché l’uomo non ha la sapienza.
Con ciò si accorda quanto Cristo stesso nega nel Vangelo: che qualcuno possa chiamarsi buono, eccetto Dio. Se è stolto chiunque non è sapiente, e se chi è buono, stando agli Stoici, è anche sapiente, la stoltezza, di necessità, è retaggio di tutti gli uomini. Si legge ancora nel capitolo quindicesimo di Salomone: «Lo stolto si bea della sua stoltezza»; e con questo chiaramente si ammette che senza la stoltezza la vita non ha nulla da offrire.
Alla stessa conclusione approda l’Ecclesiaste quando dice: «Chi più sa, più soffre; chi più conosce, più spesso s’indigna». La stessa cosa quell’eccelso predicatore riconosce apertamente quando dice: «Nel cuore dei sapienti il dolore; nei cuori degli stolti la gioia».
Se ancora prestate poca fede a me, leggete queste altre parole dell’Ecclesiaste: «Volsi il mio cuore ad apprendere la saggezza e la scienza, gli errori e la follia». E qui va notato che l’essere collocata all’ultimo posto torna a lode della follia, infatti, secondo il dettato evangelico, chi è primo per dignità deve occupare l’ultimo posto.
Ma perché mi affanno tanto con le citazioni della Sacra Scrittura, tutti sanno che i teologi hanno il diritto di manipolarla, tirandola come un elastico.
E ora veniamo a san Paolo, che, parlando di sé, dice: «Voi sopportate di buon grado i folli». E ancora: «Accettatemi come un folle». E poi: «Non parlo ispirato da Dio, ma quasi come un folle». E altrove, di nuovo: «Siamo folli a cagione di Cristo». Avete sentito quali elogi della follia e da quale pulpito! E che diremo di quel suo raccomandare la stoltezza quale fonte per eccellenza necessaria in vista della salvezza? «Chi di voi sembra sapiente, divenga stolto per essere sapiente».
In Luca Gesù chiama «stolti» i due discepoli cui si era accompagnato per la strada. Non so se ci si debba meravigliare, visto che allo stesso Dio, San Paolo attribuisce un pizzico di follia, dicendo: «La follia di Dio è più saggia del senno degli uomini». Origene, ovviamente, contesta che questa follia sia suscettibile di essere tradotta in termini umani, come nell’altro esempio: «La parola della croce è follia per gli uomini che si perdono».
San Paolo attesta chiaramente che Dio «sceglie ciò che il mondo considera stolto», e che «Dio aveva voluto salvare il mondo attraverso la stoltezza», perché attraverso la saggezza non era possibile. Dio stesso lo rivela con sufficiente chiarezza quando esclama per bocca del profeta: «Manderò in fumo la sapienza dei sapienti e condannerò la saggezza dei saggi».
E ancora quando Gesù ringrazia il Padre celeste perché aveva rivelato ai piccoli, cioè agli stolti, il mistero della salvezza che aveva celato ai sapienti. In greco, infatti, il termine per indicare i bambini è infanti (népioi) in contrapposizione ai sapienti (zofói). Nello stesso senso vanno intesi certi motivi ricorrenti nel Vangelo: Gesù attacca duramente i farisei, gli scribi e i dottori della legge, non il popolo ignorante. Che altro vogliono infatti dire le parole «guai a voi, scribi e farisei», se non «guai a voi, sapienti»? Invece il suo rapporto con bambini, donne, pescatori, pare fosse improntato a perfetta letizia. Anche fra le bestie Cristo predilige le più lontane dall’astuzia della volpe. Perciò preferì cavalcare un asino, anche se, volendo, avrebbe potuto senza rischio cavalcare un leone. Così lo Spirito Santo è sceso dal cielo in sembianza di colomba, non di aquila o di sparviero. Aggiungasi che Gesù chiama pecore i suoi discepoli destinati a vivere in eterno. Né c’è animale più stupido di questo. Tuttavia Cristo si professa pastore di questo gregge; anzi egli stesso si compiacque di chiamarsi agnello, e Giovanni Battista lo indicò come «l’agnello di Dio», definizione che ricorre spesso anche nell’Apocalisse.
Di qui una clamorosa conclusione: i mortali, anche quelli che coltivano sentimenti di pietà, sono stolti. Lo stesso Cristo, per venire in aiuto all’umana sapienza, lui che è la sapienza del Padre, si è fatto in qualche modo stolto, quando, vestite le umane spoglie, si è presentato con sembiante di uomo. Come si è fatto anche peccato per risanarci dai peccati. Né volle porvi altro rimedio se non la follia della Croce, valendosi di Apostoli rozzi e ignoranti, cui ebbe cura di predicare come ottima condizione la stoltezza distogliendoli dalla sapienza ed esortandoli a seguire l’esempio dei bambini, dei gigli, del grano di senape, dei passerotti, esseri del tutto privi d’intelligenza, che vivono solo affidandosi alla natura, senza artifici, senza affanni; e quando proibisce loro di preoccuparsi della linea da tenere davanti ai giudici e di stare all’erta per cogliere i momenti opportuni: non devono cioè confidare nella propria saggezza, ma mettersi totalmente nelle sue mani. Allo stesso principio s’ispira Dio, architetto del mondo, quando proibisce di assaggiare il frutto dell’albero della sapienza, quasi che la sapienza fosse il veleno della felicità. San Paolo, d’altra parte, condanna la scienza apertamente come fonte di presunzione e di rovina.
Forse c’è anche un altro argomento che non dovrei tralasciare: la stoltezza trova grazia presso Dio. Chi implora il perdono, anche se ha peccato con cognizione di causa, adduce a pretesto la stoltezza.  Così Aronne cerca di stornare dalla moglie la punizione del Signore: «Ti prego, Signore, non giudicarci colpevoli: abbiamo peccato per mancanza di discernimento». E anche Saul di fronte a David si discolpa così: «È evidente che ho agito da sciocco». E David, a sua volta, cerca di propiziarsi il Signore con queste parole: «Ti prego, Signore, non accusare il tuo servo d’iniquità; ho agito da sciocco». E c’è una prova di eccezionale efficacia: Cristo in croce, quando pregò per i suoi nemici, portò come unica scusa l’ignoranza: «Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno». Nello stesso senso san Paolo scriveva a Timoteo: «Ho ottenuto la misericordia divina perché nella mia incredulità ho agito per ignoranza». Che vuol dire «ho agito da ignorante», se non che aveva agito per stoltezza, non per malizia? Che significa «perciò ho ottenuto misericordia», se non che non l’avrebbe ottenuta se la sua stoltezza non avesse deposto in suo favore?
Per non dilungarmi all’infinito cercherò di riassumere per sommi capi. Se la religione cristiana sembra avere qualche parentela con la follia, con la sapienza non ha proprio nulla a che fare. Desiderate averne una prova? Guardate in primo luogo al fatto che bambini, vecchi, donne e anime semplici godono più degli altri delle funzioni religiose, e perciò, per puro istinto, sono sempre i più vicini agli altari. Vedete inoltre che i primi fondatori della religione, con mirabile slancio, scelsero le vie della semplicità, mentre furono nemici acerrimi delle lettere.
Infine non c’è folle più folle di chi, preso completamente dalla carità cristiana, dona i suoi beni ai poveri, perdona le offese, tollera gli inganni, non fa distinzione tra amici e nemici, ha orrore del piacere, si nutre di  veglie, digiuni,  lacrime e fatiche, si stacca dalla vita e  desidera solo la morte. In altri termini, si comporta come il suo spirito vivesse fuori del corpo. Questa non è follia? Non dobbiamo perciò meravigliarci se gli Apostoli sembrarono ubriachi e se Paolo sembrò pazzo al giudice Festo.
Visto che mi ci sono messa d’impegno, andrò ancora più in là. Quella beatitudine che i cristiani cercano di conquistare a così caro prezzo, altro non è se non una forma di follia. Non badate alle parole, considerate i fatti. C’è un punto di contatto fra cristiani e platonici: entrambi ritengono che l’anima, irretita nei vincoli del corpo, trovi in esso un ostacolo alla contemplazione del vero. Perciò Platone definisce la filosofia una meditazione sulla morte, perché, a somiglianza della morte, distoglie la mente dalle cose materiali. Perciò, finché l’anima fa buon uso degli organi del corpo, viene detta sana; ma quando, spezzati i vincoli, tenta d’affermarsi in piena libertà, quasi meditando una fuga dal carcere corporeo, allora si parla di follia. Se la cosa accade per malattia, allora è pazzia conclamata. Tuttavia vediamo che anche i pazzi predicono il futuro e parlano lingue che non conoscono, attingendo decisamente al divino.
Non c’è dubbio: ciò accade perché la mente, libera in parte dall’influenza del corpo, comincia a sprigionare la sua forza nativa. Credo che per la stessa ragione qualcosa di simile accada nel travaglio della morte imminente: gli agonizzanti, come ispirati, parlano un linguaggio profetico.
Se ciò accade nell’ardore della fede, si tratta forse di un altro genere di follia, ma così vicina alla ordinaria follia che molta gente la giudica pazzia pura; anche perché riguarda pochi soggetti ai margini dell’umano consorzio. Come avviene nel mito platonico, dove i prigionieri incatenati in fondo alla caverna vedono le ombre delle cose; ma il prigioniero che, fuggito di là, ritorna nella caverna, dice agli altri di aver contemplato le cose reali e che loro s’ingannano, convinti come sono che nient’altro esista se non delle misere ombre. E i prigionieri ridono di lui come se delirasse e lo cacciano via. Allo stesso modo il volgo ammira soprattutto le cose in cui la materia prevale, e quasi crede che siano le sole a esistere. Chi pratica la religione, invece, quanto più una cosa è attinente al corpo tanto più la trascura ed è tutto preso dalla contemplazione dell’invisibile. Gli uni mettono al primo posto le ricchezze e le comodità, all’ultimo l’anima che, peraltro, i più neanche credono esista perché l’occhio non può vederla. Gli altri, invece, tendono in primo luogo con tutte le loro forze a Dio, il più semplice degli esseri, e, in secondo luogo, all’anima, che è vicina a Dio più di qualsiasi altra cosa. Trascurano la cura del corpo, disprezzano le ricchezze e ne rifuggono come da cosa immonda. Se poi non possono esimersi dall’occuparsene, ne sentono il peso e la noia; posseggono, ed è come se non possedessero. Ma bisogna fare delle distinzioni. Prima di tutto, benché tutti i sensi abbiano un legame col corpo, alcuni sono più corporali, come il tatto, l’udito, la vista, l’olfatto e il gusto; altri meno corporali, come la memoria, l’intelletto, la volontà.
Le persone religiose, poiché sono rivolte con tutto l’animo alle cose lontane dai sensi, diventano indifferenti alla cose materiali.
Ma anche fra le passioni dell’anima alcune sono più legate agli aspetti carnali del corpo, come l’impulso sessuale, il bisogno di cibo e di sonno, l’ira, la superbia, l’invidia: chi coltiva sentimenti di pietà le respinge, mentre gli altri ne fanno ragioni di vita. Vi sono poi dei sentimenti intermedi, quasi naturali, come l’amore di patria, l’affetto per i figli, per i genitori, per gli amici. Il volgo ne riconosce in qualche misura l’importanza, ma quanti vivono secondo pietà cercano di sradicare dall’animo anche questi sentimenti per amare il Creatore di tutte le cose, unico a meritare di essere amato e desiderato.
Con lo stesso criterio giudicano di tutti i doveri, tenendo l’invisibile in maggior conto del visibile. Dicono che anche nei sacramenti e nelle pratiche religiose si possono distinguere corpo e spirito. Per esempio, nel digiuno, non danno valore all’astinenza dal cibo se non si accompagni al controllo delle passioni. Altrettanto dicasi dell’Eucaristia. L’aspetto rituale non basta, anzi è dannoso, se manca l’elemento spirituale, se cioè non viene còlto il contenuto di quei segni visibili. Se si rappresenta la morte di Cristo, si deve parteciparvi seppellendo le passioni per risorgere a nuova vita, per sentirsi in comunione con lui.
Il volgo, al contrario, crede che il sacrificio sia tutto nello stare quanto più è possibile accanto agli altari, ascoltando il rumore delle parole e badando ad altre quisquilie relative al rito.
L’uomo pio rifugge, in ogni occasione, da ciò che è legato al corpo, essendo tutto preso dall’eterno, dall’invisibile, dalla realtà spirituale. Perciò, dato il loro radicale disaccordo su tutto, accade che uomini di pietà e volgo si prendano per matti a vicenda. Ma, secondo me, l’appellativo di matto si addice piuttosto alla gente pia che non al volgo. E ciò risulterà più chiaro se riuscirò a dimostrare che la pietà religiosa altro non è se non una forma di follia.
Già Platone accennò a qualcosa di simile quando scrisse che il delirio degli amanti è il più felice di tutti. Infatti chi ama ardentemente non vive in se stesso, ma in colui che ama, e quanto più si allontana da sé e si trasferisce in lui tanto più è felice. E quando l’animo esce dal corpo e non fa uso normale degli organi del corpo, si può parlare a buon diritto di delirio. Altrimenti che cosa vogliono dire le comuni espressioni: «non è in sé», o anche «è tornato in se stesso»? D’altra parte quanto più è perfetto l’amore, tanto più è grande e beato il delirio. Quale sarà dunque quella vita celeste cui anelano le anime pie? Lo spirito, che è il più forte, sarà vittorioso, e assorbirà il corpo tanto più facilmente perché già in vita lo avrà mortificato e indebolito in vista di una simile trasformazione. Poi sarà a sua volta mirabilmente assorbito da quella somma Mente la cui potenza è infinitamente superiore. A questo punto l’uomo sarà interamente fuori di sé, e solo per questo felice, perché, essendo fuori di sé, subirà non so quale ineffabile influsso di quel sommo Bene che tutto trae a sé.
Anche se questa felicità sarà perfetta solo quando le anime, ripresa l’antica veste corporea, riceveranno il dono dell’immortalità,  gli uomini pii, dato che la loro vita è tutta una meditazione di quella vita immortale, e quasi una sua immagine, possono talvolta pregustare qualcosa, una sorta di anticipazione di quel premio. Si tratta di una goccia da niente in confronto a quella fontana di eterna felicità, ma che vale molto di più di tutti i piaceri corporei, anche se potessimo farli convergere tutti in un punto solo. A tal punto la sfera dello spirito è superiore al corpo, e quella dell’invisibile al visibile. Questa certo è la promessa del Profeta: «L’occhio non vide, l’orecchio non udì, non penetrarono nel cuore dell’uomo le cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano». Questa è la parte della follia che il passaggio da una vita all’altra non toglie, ma porta a perfezione. Quelli che hanno potuto parteciparne - pochissimi invero - sono còlti da un turbamento che alla follia è vicinissimo; fanno discorsi incoerenti, proferendo parole strane e senza senso; e poi, all’improvviso, mutano completamente d’espressione. Ora alacri, ora depressi; ora piangono, ora ridono, ora sospirano; insomma sono davvero del tutto fuori di sé. Appena rientrano in se stessi dicono di non sapere dove sono stati, se nel corpo o fuori del corpo; di ignorare se erano svegli o addormentati; di non sapere che cosa hanno udito, che cosa hanno detto, che cosa hanno fatto; hanno solo dei ricordi che sembrano filtrare attraverso il velo della nebbia o del sogno. Una sola cosa sanno: di essere stati al colmo della beatitudine quando erano in quello stato. Perciò piangono per essere tornati in senno, e soprattutto desiderano di essere in eterno in preda a quel genere di follia. Hanno appena pregustato la felicità futura!


Congedo

 

Mi sono lasciata andare e ho passato da un pezzo i limiti. tuttavia, se vi pare che abbia esagerato, tenete conto che chi vi ha parlato è la Follia, e che essa è donna. e ricordate  il detto greco che «spesso anche un pazzo parla a proposito»; a meno che non riteniate che il proverbio non possa estendersi alle donne.
Vedo che aspettate una conclusione. Ma siete proprio ingenui se credete che dopo essermi abbandonata a un tale  diluvio di chiacchiere, io mi ricordi ancora di ciò che ho detto. «Odio il convitato che ha buona memoria», recita un vecchio proverbio. Perciò addio! Applaudite e spassatevela, cari seguaci della Follia.

 
IL PAPA CI AVVERTE: L'UMANITA' SI STA INGUAIANDO





Larecente enciclica di Papa Francesco Laudatosi’ è francescana fin dal suo titolo, sia nel senso che si richiama allamistica cosmica di San Francesco d’Assisi, sia nel senso che è perfettamentecoerente con la linea di fortissima innovazione che fin dall’inizio il Papa hadato al suo pontificato. Direi che si tratta di una proposta di svolta radicalenel modo di concepire i rapporti tra noi e tra noi e il mondo, ciò che è resopossibile dalla scelta che il Papa fa di far dipendere tutto il ragionamento dalle domande esistenziali essenziali: «Per quale fine siamo venuti in questa vita?Per che scopo lavoriamo e lottiamo? Perché questa terra ha bisogno di noi?».Dall’ecologia ambientale (quella ancora dominante sia nella cultura diffusa chenelle discussioni dei consessi internazionali sul destino del pianeta), sipassa così all’ecologia integrale, che concepisce il mondo come un tutt’uno, laterra unita ai suoi abitanti, Casa Comune della quale aver cura. Tutto èrelazione, gli uomini tra loro e le loro opere con il destino della Terra, laloro casa. San Francesco aveva sposato la povertà e insieme l’amore per ogniaspetto del creato; Papa Francesco unisce la cura per i poveri con la cura perla Terra. Tutto si tiene. La teologia cristiana così fa un salto concettuale einsieme pone obiettivi ambiziosi di cambiamenti culturali e sociali: Dio non èl’Uno staccato dal mondo e indifferente ad esso, è invece la relazione dellaTrinità; da una parte parla lo stesso linguaggio della fisica quantistica edella cosmologia contemporanee (tutto nel mondo è in relazione con tutto) edall’altra recepisce le istanze di lungo periodo della teologia dellaliberazione (Leonardo Boff), non a caso particolarmente sviluppata in AmericaLatina. La liberazione dei poveri e la liberazione della Terra sono così strettamentecongiunte, e la prospettiva a questo punto non può che essere un cambiamentoradicale delle logiche che fino ad oggi hanno dominato nella produzione e nelladistribuzione mondiale della ricchezza. Un cambiamento radicale necessario,pena la scomparsa della vita. Naturalmente la visione è religiosa. Per cui,essendo il mondo e l’uomo creature di Dio, ed essendo Dio intrinsecamenteamore, se la svolta sarà l’amore francescano per tutte le creature, il mondo el’uomo si salveranno. Io credo che, comunque la si pensi, si tratti di unagrande lezione, che vale per i credenti e per i non credenti: l’ecologiaintegrale come idea guida di una nuova fase di responsabilità di ognuno in ogniluogo e in ogni ambito di azione. E senza esitazioni. Abbiamo bisogno deigrandi pensieri. Questo è un grande pensiero.
 
UN AMORE DI BADANTE

di Pier Luigi Leoni

Una graziosa badante fa innamorare il nipote della sua assistita, poi gli riserva una grossa sorpresa.


Carlo ha varcato la soglia della trentina inquietante, torbida d’istinti moribondi, come la stigmatizzò Guido Gozzano. Ma è sereno. Da qualche tempo ha rotto il lungo fidanzamento con Claudia. Lei gli ha detto, con sincerità: «Non capisco perché stiamo ancora insieme». E lui le ha risposto, con altrettanta sincerità: «Nemmeno io.»
Adesso Carlo respira l’aria frizzante della libertà, in uno stato di rilassamento della mente e dei sensi; sebbene consapevole che affiorerà, prima o poi, la paura della solitudine.
Intanto la nonna s’è ammalata e non è più in grado di vivere sola nella sua casa.
«Carlo, non dovete preoccuparvi per me. Ho assunto una badante. Se vieni a trovarmi te la presento.» La telefonata della nonna incuriosisce il giovane, che dopo qualche ora, benché abbia la chiave, suona alla porta del ben noto appartamento.
Viene ad aprire una giovane donna in tuta lilla e scarpe da tennis, che lo invita a entrare con un: «Priego, si accuomodi
«Sono Carlo, il nipote della signora Evelina... piacere.»
«Piaciere… Svetlana.»
La nonna non vedeva l’ora di raccontare al nipote della badante appena assunta: «È bielorussa, ha trentotto anni… L’ho già messa in regola... Me l’ha raccomandata l’infermiera che viene per le punture. Parla poco l’italiano, ma capisce quasi tutto… E poi è una bella donna… hai notato?»
«Certo che ho notato.»
E mentre la nonna racconta i suoi acciacchi, Carlo guarda in tralice Svetlana che si muove con agilità e con premura.
«Attienta nuonna!» esclama la bielorussa, essendo-si accorta che la vecchia signora rischia di rovesciarsi addosso l’infuso d’orzo.
Carlo nota che la badante è molto giovanile e i capelli biondi raccolti a coda di cavallo ne mettono in risalto il bel collo e le orecchie ben proporzionate. Svetlana mostra di accorgersi di essere osservata e abbassa i begli occhi azzurri… un po’ pudicamente e un po’ vezzosamente.
Da quel giorno le visite alla nonna diventano quotidiane e Carlo non manca mai di dedicare qualche minuto anche alla badante, con la scusa d’interessarsi delle sue peripezie  per raggiungere l’Italia e trovarvi lavoro... Anche se la bielorussa trova difficoltà ad esprimersi in italiano e, quando prova a rispondere in inglese, è Carlo a trovarsi in difficoltà.
La nonna si rende perfettamente conto delle attenzioni di Carlo alla badante, ma evita di fare illazioni, per non sciupare quell’incentivo alle gradite visite del nipote.
  Finché, un bel giorno, nell’accompagnare Carlo alla porta, Svetlana si offre di fargli compagnia fino al portone.
Appena si chiude la porta dell’ascensore, la badante abbraccia Carlo e gli stampa un caldo bacio sulla bocca, poi gli sussurra: «Ti amo tanto!»
«Ti amo e ti desidero» risponde Carlo.
«Dove?... Quando?» interroga la donna.
Il primo giorno di riposo della badante, la coppia si ritrova in una stanza d’albergo. Entrambi nudi sotto le coperte, animati dal fuoco dell’innamoramento, dediti ai pochi preliminari richiesti dal lungo digiuno sessuale.
Ma la donna, improvvisamente, si ritrae, si mette seduta a ridosso del cuscino, si tira il lenzuolo fino a coprirsi il petto e, con accento campano-veneto, dice tutto ciò che ha da dire: «Adesso, bello mio, devi sapere la verità… tutta la verità… Non sono bielorussa, non mi chiamo Svetlana e non ho trentotto anni. Ma sono di Latina, mi chiamo Donatella e ho ventisette anni. Il passaporto e il permesso di soggiorno li ho comprati da una disgraziata che aveva un altro passaporto e doveva rientrare in patria. Ho pensato che, passando per straniera, avrei trovato facilmente vitto, alloggio e stipendio… e che nessuno avrebbe indagato sulla mia famiglia. Con una madre ammazzata dal marito e un padre in galera non avrei avuto molte possibilità.»
Carlo cerca di rimettere in ordine la sua mente e il suo corpo, entrambi storditi da quella gragnola di pugni. Ma sia il software che l’hardware non rispondono.
Deve intervenire nuovamente la donna: «Adesso, bello mio, vediamo se Donatella è in grado di portare a buon fine ciò che Svetlana ha preparato... Se sono riuscita a farti innamorare una volta, perché non dovrei riuscirci la seconda?... Del resto sono sempre la stessa persona.»
Poi Donatella comincia ad armeggiare per risvegliare la virilità di Carlo e, appena verifica di esserci riuscita, conclude dantescamente: «Poscia, più che ’l dolor, poté il digiuno

 
Orvieto kaputt: la vendetta del villano

Nel 1997, pubblicai a mie spese questo pamphlet che andò esaurito in pochi giorni. Però devo confessare che ne feci stampare soltanto 200 copie. La tesi sostenuta nel libretto mi sembra ancora convincente.

Potete leggere il libretto qui.
 
Elogio di Papa Mastai
Una biografia del Beato Papa Pio IX devotamente filiale. L’autore ritiene che Papa Mastai, oltre a essere un santo, avesse doti profetiche. Elogiare Pio IX equivale, ovviamente, a contestare la modernità. Un compito che l’autore si assume volentieri e che adempie con l’aria di divertirsi. 
Potete leggere il libro qui.
 

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